Jane Austen e l’esercito degli «amici segreti»

For the truth is that every true admirer of the novels cherishes the happy thought that he alone – reading between the lines – has become the secret friend of their author.

(Katherine Mansfield, recensione di Personal aspects of Jane Austen di Mary Austen-Leigh)

Leggere libri su Jane Austen è illuminante non solo per la quantità di considerazioni e punti di vista nuovi in cui ci si imbatte, ma anche perché molti di essi contengono citazioni altrui, dove l’altrui in questione ha di solito un certo peso (rimangono leggendarie, per motivi diversi, le acute riflessioni di Virginia Woolf e le invettive variopinte di Mark Twain). Gli scrittori che parlano di altri scrittori sono sempre una lettura stimolante per un motivo assai banale: la posizione da cui osservano è la più vicina e privilegiata. Lo scrittore che sappia il fatto suo conosce le difficoltà di imbastire un romanzo, ha un occhio più attento ai simbolismi, un orecchio più pronto a cogliere ritmi e musiche: quando uno scrittore ne recensisce un altro lo fa insomma da dietro le quinte, e quindi è bene drizzare le antenne.

Katherine Mansfield

Katherine Mansfield (1888-1923)

Non saprei dire come e quanto Katherine Mansfield, nella sua vita, si sia occupata di Jane Austen. Tuttavia, buttando giù un commento su un libro che parla di lei, ha tirato fuori dal cilindro il cuore pulsante del janeitismo mondiale: la segreta convinzione, nutrita dopo circa dieci pagine da chiunque si immerga in una delle sue storie, di intendersela alla perfezione con l’autrice. Leggere Jane Austen significa spesso sedersi accanto a lei, o credere di farlo, e commentare insieme, a bassa voce, quello che viene messo in scena nei suoi romanzi: lei punta il dito sulla stupidità di Mrs. Bennet, e giù a ridere; mostra un dialogo tra i gretti coniugi Dashwood, e le sopracciglia s’inarcano; espone la povera Fanny Price a ogni sorta di umiliazione, imbarazzo e mancanza di riguardo, e noi a dolerci (forse). Sembra proprio che ci sia un’armonia perfetta tra chi scrive e chi legge, e non può che essere quella speciale armonia carbonara che si crea tra due persone che sparlano di una terza. Per questo le parole di Katherine Mansfield calzano proprio a pennello: il lettore di Jane Austen, stregato dal wit sottile e spietato che non risparmia nessuno dei personaggi (nemmeno le eroine, anzi), riceve immediatamente l’impressione di venire a conoscenza di qualche segreto inaccessibile a tutti fuorché a lui, e questo lo spinge a solidarizzare con entusiasmo e, sempre più gratificato, a leggere e a rileggere sino a ritrovarsi immerso in un’adorazione che sembra quasi fuori luogo per una scrittrice.

È un meccanismo che lascia piuttosto perplessi — e non tanto per l’ardore dimostrato dall’esercito dei Janeites (chi sono io per discuterlo? Nessuno, appunto), quanto perché Jane Austen è probabilmente una delle autrici più caleidoscopiche, sfuggenti e quindi inaffidabili che esistano. Non ha scritto una sola parola, specialmente nei romanzi della maturità, di cui ci si possa fidare. Ogni frase è rivestita di un’ambiguità tale che sarebbe possibile caricarla di dieci, cento, mille significati non già diversi ma addirittura contrastanti (che è poi quello che succede nel dibattito accademico), per cui la sicurezza con cui noi lettori ci schieriamo contro alcuni personaggi in favore di altri, o la univocità con cui interpretiamo gli episodi chiave, hanno quasi il sapore della leggerezza. Viene da pensare che se Jane Austen potesse commentare la ricezione della sua opera presso il pubblico del terzo millennio ne riderebbe — e non credo che lo farebbe con benevolenza.

Ora che ci penso, qualcuno ha scritto che il lettore medio di Jane Austen è esattamente il tipo di persona che a lei non piacerebbe (e che, possiamo immaginare noi, ridurrebbe a macchietta in uno dei suoi romanzi). Sarà vero?

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2 pensieri su “Jane Austen e l’esercito degli «amici segreti»

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  2. Pingback: Regulated hatred and other essays on Jane Austen di D.W. Harding | Austenismi

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