Jane Austen and names di Maggie Lane

Una strada spesso battuta da chi s’impegni a decifrare romanzi, non solo quelli della nostra beniamina, è quella di prestare particolare attenzione ai nomi che l’autore sceglie per i suoi protagonisti e per i luoghi e sentire se raccontano qualcosa. Uno che si divertiva a far chiacchierare i suoi nomi era Dickens, per esempio in Tempi difficili: sfruttava musicalità e cacofonie (il cognome Gradgrind è tutto asperità, ma in Louisa è attenuato dalla lunga dolcezza del dittongo) ma era anche capace di racchiudere un intero destino nelle due sillabe del cognome Blackpool.

Anche Jane Austen lavora sui nomi. Mr. Knight-ley è già ottimamente raccomandato al lettore ancor prima che possa spiccicare parola e più avanti nel romanzo avrà occasione di dar mostra delle sue doti cavalleresche — non già precipitandosi a salvare una fanciulla rapita con tanto di destriero e armatura, secondo la miglior tradizione medievale, ma invitando a ballare una ragazza barbaramente ignorata da un villano. Non che questo svilimento dei servizi resi a una damsel in distress impedisca a Harriet di ricordare l’accaduto con un rapimento esagerato, comunque (‘The very recollection of it, and all that I felt at the time, when I saw him coming — his noble look, and my wretchedness before. Such a change! In one moment such a change! From perfect misery to perfect happiness.‘, cap. 40). Anche del Capitano Went-worth sappiamo già molto dal cognome: ci saranno anche stati tempi in cui non possedeva il becco d’un quattrino, ma è sempre stato un uomo di valore — e di un valore che non si quantifica nella sua rendita. Un ottimo, ma non condiviso da tutti, esempio di toponomastica messa al servizio della storia è Mans-field Park: un luogo, cioè, dove la donna ha ben poco spazio di affermazione perché schiacciata dall’onnipresenza maschile, che le impone come comportarsi e vestirsi, le insegna come pensare e anche chi deve sposare. Se poi qualcuna non interiorizza le istruzioni, come Fanny quando si rifiuta di sposare Henry Crawford, è sempre l’autorità maschile a spedirla in esilio.

Tuttavia, anche dietro i nomi propri dei personaggi austeniani c’è una sottile intelligenza, ed è proprio questa intelligenza che Maggie Lane si propone di svelarci nel suo libriccino Jane Austen and names.

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Jane Austen and names di Maggie Lane

La Lane comincia la sua esplorazione con una breve storia dell’introduzione e dell’uso dei nomi propri in Inghilterra: si parte dall’eptarchia, in cui venivano combinati due nomi (uno dei quali, solitamente, era quello paterno) per dar vita a nomi polisillabici come Ethelbert, Ethelred, Egbert e così via. Tutti questi nomi suonano piuttosto antiquati perché, con le poche eccezioni rappresentate da Edmund, Edward e Arthur, sono stati spazzati via dopo il 1066. I Normanni, oltre alla loro ingombrante presenza e a uno stile di vita tutto nuovo, introdussero un nuovo stock di nomi (William, Walter, Richard e Robert, tra i nomi più popolari ancor oggi, sono tutti nomi normanni) e mandarono in pensione l’usanza di combinarli tra loro. Poco dopo, fu la crescente influenza della Chiesa a rimpolpare il numero di nomi in circolazione: santi, personaggi veterotestamentari e i primi martiri erano le scelte più popolari, e presto l’incidenza di nomi cristiani crebbe al punto tale che alla fine del XIII secolo il 28% degli uomini si chiamava John e un quarto della popolazione maschile si divideva cinque nomi propri. Da questa ristrettezza nacque la necessità di aggiungere un soprannome o un qualunque altro identificativo accanto al nome proprio, necessità che portò infine alla nascita dei cognomi (spesso questi cognomi arrivano direttamente da nomi propri che subiscono qualche caduta sillabica. Qualche esempio: il cognome di Jane Austen è una contrazione di Augustine, il fondatore della cattedrale di Canterbury. Nei suoi romanzi appaiono i cognomi Bennet, che deriva da Benedict, Tilney, che deriva da Matilda, e Watson, che deriva da Walter). Successivamente, con la Riforma protestante caddero in disgrazia i nomi ‘non-scriptural‘ e crebbe la popolarità di quelli attinti dall’Antico Testamento, mentre l’Illuminismo riportò in auge la letteratura classica, facendo spuntare una quantità di Diana, Julia, Penelope e Augusta.

Allora come oggi, e con l’evidente eccezioni dei nomi reali che non sono mai davvero tramontati, anche la scelta del nome di un bimbo era in qualche modo soggetta a mode o comunque tendenze culturali, e nomi che sarebbero sembrati ridicoli a una generazione potevano esplodere e prosperare in quella successiva (e viceversa). In generale, sembra che il percorso seguito da uno stock di nomi cominciasse con le classi più alte, per poi scendere e scendere. Nel momento in cui lo stock arrivava a diffondersi presso il popolo era già fuori moda presso la nobiltà, che di conseguenza attingeva ad altre fonti. E così via.

Quando toccò a Jane Austen battezzare qualcosa come duecentocinquanta personaggi, i nomi usati nella realtà erano relativamente pochi. Tutte le derivazioni cristiane avevano ormai poca presa e lo stock attinto dalla classicità stava passando di moda, e così il 20% dei bambini si chiamava William, il 19% John e il 16% Thomas. Il resto della percentuale era acchiappato da Henry, James, Richard e pochi altri nomi. Allo stesso modo, il 24% delle bimbe erano Mary, il 19% Elizabeth e il 14% Anne. I nomi femminili più sofisticati, con terminazione in -a secondo il gusto classico, sembravano essere esclusivo appannaggio delle eroine dei romanzi — una falange oplitica di Cecilia, Camilla, Evelina, Pamela, Belinda e Lucilla. Jane Austen, al suo solito modo, si fa beffe di questa tendenza affibbiando i nomi in -a a signore stupidamente pretenziose: Mrs. Elton si chiama Augusta e sua sorella sfoggia il non meno altisonante Selina. Julia e Maria Bertram, anche se lo nascondono bene, sono insuperabilmente vanitose, e in grado minore lo sono anche le sorelle Musgrove (Henrietta e Louisa). Di Louisa Hurst non stiamo neanche a parlare e quasi ci stupisce che sua sorella abbia un assai più banale Caroline. E anche se a darsi delle arie è soltanto una servetta, come nella turbolenta casa dei Price, la sua posizione sociale modesta non lo salverà dal chiamarsi Rebecca (con accresciuto effetto comico). L’unica evidente eccezione è Emma Woodhouse (che comunque un po’ di arie se le dà…), ma solo perché la sua creatrice amava molto questo nome.

Infatti, Jane Austen aveva delle spiccate preferenze e associazioni mentali costanti in fatto di nomi. Adorava le due lettere perfette che compongono il nome Emma a tal punto che anche dopo aver lasciato perdere Emma Watson non poté rinunciare a chiamare così una sua eroina: e così ritagliò quelle due letterine e ne fece dono a Miss Woodhouse. Maria è per lei sinonimo di animo freddo e calcolatore (‘If Mrs Heathcote does not marry & comfort him now, I shall think she is a Maria & has no heart.‘, lettera a Cassandra del 9 febbraio 1813), Charlotte di prosaico buonsenso.

Per quanto riguarda i nomi maschili, sappiamo che la Jane Austen quindicenne sognava di sposare un Henry Frederic Howard Fitzwilliam o in alternativa un Edmund Arthur William Mortimer. Quasi tutti ricorrono nei suoi eroi o antieroi: al nome Henry sembra corrispondere un fascino irresistibile, che può essere positivo se il cognome è Tilney o letale se invece è Crawford. Edmund ispira, se non a lei almeno a Fanny, dei rapimenti fuori misura (‘But there is nobleness in the name of Edmund. It is a name of heroism and renown; of kings, princes, and knights; and seems to breathe the spirit of chivalry and warm affections.‘, cap. 22). L’antipatia per il nome Richard, invece, sembra talmente insormontabile da essere diventata una battuta ricorrente in casa Austen (nonché il primo concetto che la nostra autrice ci tiene a mettere in chiaro nel suo primo romanzo, Northanger Abbey. Il padre di Catherine, nella seconda riga, viene definito assai rispettabile ‘though his name was Richard‘). A tutte le splendenti virtù di Mr. Knightley possiamo ora aggiungere il suo nome di battesimo, George: nome reale, patrono dell’Inghilterra ed etimologicamente forte. Ci arriva dritto dritto dal greco antico γεωργός, che significa contadino: Mr. Knightley non è certamente un contadino ma proprio come Mr. Darcy possiede della terra e sa amministrarla, permettendo così ad altri di lavorare dignitosamente e prosperare. Tutte qualità che Jane Austen ammira e apprezza particolarmente in un uomo.

Queste e altre curiosità, in modo più ampio e articolato del mio, sono raccolte e impacchettate nella prima parte di Jane Austen and names. La seconda è più enciclopedica e contiene una lista di tutti i nomi di battesimo usati da Jane Austen: di ognuno viene stilata una storia sommaria che comprende l’etimologia e le circostanze dell’introduzione in Inghilterra, dopodiché vengono elencati tutti i personaggi che lo portano.

Penso sia chiaro che non stiamo parlando di un libro irrinunciabile, però farà la felicità di chi s’interessa di microstoria — e anche di quelli che non hanno mai saputo che si può indovinare con ragionevole certezza come si chiama Mrs. Norris o fatto caso all’unica volta in cui viene menzionato il nome di battesimo del Reverendo Elton.

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Aggregatore #6 [19-25 maggio]

“Pride and Prejudice” 1940 ~ A Screwball Comedy

Commento preciso e certosino sul film con Laurence Olivier e Greer Garson. Tutte cose che sappiamo già: i costumi non vanno bene (una ragazza non sposata vestita di nero a un ballo? Non crediamo proprio!), l’intreccio è molto rimaneggiato, le maniere sono decisamente troppo moderne e la Garson troppo vecchia. E poi, sacrilegio dei sacrilegi, non c’è traccia del ritratto di Mr. Darcy a Pemberley. È Hollywood, bellezza.

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Bellissimi: Laurence Olivier e Greer Garson in Orgoglio e pregiudizio 1940

What a Semester With Jane Austen Taught Me

Fatto incontestabile: a meno che non si abbia la sensibilità letteraria di una zucca, non si può fare a meno di riconoscere la grandezza artistica di Jane Austen. Però può capitare di non incrociarla mai, magari perché si legge tutt’altro genere di libri. Finché non te la fanno studiare all’università…

Jane Austen note: Hidden text linked to Mansfield Park novel

Cari Janeites, urlate pure di gioia perché questa notizia è esattamente quello che sembra dal titolo.

Objections to ‘Mansfield Park’ (1999)

Visto che mi sono impegnata molto a lodare questo film, è giunto il momento di dare spazio anche alle voci contrarie. Checché ne dica l’autrice del post, io consiglio comunque di guardare coi propri occhi e poi decidere se pendere verso l’ammirazione o verso la furia. Prometto sul mio onore che non sarà tempo perduto.

Miss Austen forgot the baby

Emma al microscopio: sarà mai possibile che Mrs. Weston abbia potuto camminare per più di un miglio per andare a Donwell, con quel caldo equatoriale di cui Frank Churchill non fa che lamentarsi, all’ottavo mese di gravidanza?

Festeggiando il bicentenario: Mansfield Park 1983

Oggi si conclude la panoramica sugli adattamenti televisivi di Mansfield Park, che per quanto ne so sono soltanto tre: dopo il film del 2007, che non ci è piaciuto tanto, e quello del 1999, che invece abbiamo trovato interessante, è la volta della miniserie in sei puntate curata dalla BBC nel 1983.

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Mansfield Park 1983

In linea di massima la BBC è sinonimo di adattamenti molto fedeli, il che comprende un’ottima scelta degli attori, dialoghi inalterati e poche concessioni alla sensibilità contemporanea (anche se Emma 2009 può far temere che quest’ultimo aspetto stia cambiando). Difatti, è con qualche difficoltà che mi appresto a commentare una serie di cui sarebbe sufficiente dire: è il meglio che ci si possa ragionevolmente aspettare in termini di aderenza al testo austeniano.

Già Fanny è un buon punto di partenza. Non è bella come Billie Piper o Frances O’Connor e, finalmente, è timida e a disagio come ce la descrive Jane Austen. Se proprio vogliamo trovarle un difetto, è che le mancano quella gentilezza e quella dolcezza quasi angeliche che ha la Fanny del romanzo. Al contrario, nei momenti di maggior impaccio sembra un pochino rude (uno sgradevole effetto collaterale che qualunque persona veramente timida ha modo di sperimentare nella sua vita quotidiana: essere talmente in imbarazzo da apparire quasi scortese). Ma sono sfumature: di fatto, l’ottima Sylvestra Le Touzel si comporta bene per tutte e sei le puntate ed è credibilissima anche nel famoso scontro con Sir Thomas, quando prorompe in quei singhiozzi laceranti che le devastano il viso.

Di Edmund, come di tutti gli eroi di Jane Austen, sappiamo ben poco: è il suo contegno che parla per lui. Certamente però tutto mi sarei aspettata fuorché di vederlo interpretato da un ragazzone prestante e avvenente che somiglia a un surfista australiano! In ogni caso, il ruolo di Edmund non richiede granché: deve innamorarsi, essere doverosamente deluso e nel mentre restare inflessibile. Di conseguenza, sarà difficile che prima o poi un qualunque Edmund brilli sullo schermo, e infatti nemmeno Nicholas Farrell ce la fa, però svolge il suo compito con scrupolo e si rivela forse il migliore dei tre giovani Bertram che ho visto ultimamente.

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Si vede dallo sguardo colpevole: Henry e Mary Crawford ne stanno progettando una delle loro

I Crawford mi piacciono particolarmente. Lei, salvo l’orripilante acconciatura che le hanno inflitto e che condivide con Mr. Yates, è molto carina; lui è proprio meraviglioso. Siamo dovuti arrivare al 1983 per trovare un Henry Crawford che non sia un bellissimo uomo ma finalmente eccolo qui: non troppo alto (per il tormento del povero Rushworth), dai modi talvolta un po’ untuosi ma in qualche modo affascinante. Nessuna meraviglia che Maria Bertram, altro capolavoro di questo film, sia caduta ai suoi piedi.

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Bionda, perbacco, Maria Bertram è bionda!

Di Maria gli ultimi due adattamenti televisivi hanno colto e messo in risalto soprattutto il lato arido e calcolatore, quasi rapace. Non ce la fa ad acchiappare Henry, sposa un altro che non ama affatto e alla prima opportunità utile ricade nell’antica e mai sopita passione, questo è tutto. Non possiamo che schierarci contro di lei: tradisce il marito e disonora la famiglia, che sia bandita dalla nostra vista. Questa serie invece ce la mostra con un po’ più di morbidezza e meno manicheismo: vediamo la sua lotta per non cedere ai primi assalti di Mr. Crawford, la vediamo sussultare e imbarazzarsi nei momenti critici, vediamo il piacere un po’ dubbioso nel suo sguardo durante il discorso del cancello, vediamo diverse espressioni colpevoli sul suo volto (non penso sia un caso che abbiano scelto un’attrice dai lineamenti così delicati e graziosi). Vediamo le sfumature, e quindi vediamo che dopotutto, forse, se cade in rovina non è soltanto colpa sua: secondo me è una corretta limatura sulla quale i due film più recenti non hanno avuto la cura o la sensibilità di soffermarsi.

Questi pochi spunti (un altro paio: Lady Bertram è praticamente demente e William Price un tantino troppo servile) dimostrano che se ci sono divergenze rispetto al romanzo si tratta davvero di minuzie: chi sia alla ricerca di un adattamento con tutti i crismi, come Orgoglio e pregiudizio 1995, può dirigersi verso questa serie senza timori.

Scheda IMDb della serie

Coelebs in search of a wife di Hannah More

Un’attività utile per capire meglio Jane Austen e quello che scrive, o magari per vedere da dove trae ispirazione e soprattutto in che cosa trasforma i suoi spunti originari, potrebbe essere quella di leggere quello che leggeva lei. Forte di questa convinzione, presto trasformata in ferreo proposito, un paio di settimane fa mi sono procurata e ho iniziato a leggere Coelebs in search of a wife, romanzo e riflessione sulla felicità coniugale di certa Hannah More.

NPG 412; Hannah More by Henry William Pickersgill

Dietro questa gentile nonnina si nasconde quel mostro moralizzatore chiamato Hannah More

Hannah More, ci dice Wikipedia, fu poetessa, autrice drammatica, formidabile filantropa, fervente evangelica e diligente compilatrice di conduct book e moral tale. L’avventura del giovane Coelebs, che dopo la morte dei genitori prende a battere l’Inghilterra in cerca di una compagna che corrisponda ai suoi standard di virtù femminile, rientra proprio in quest’ultima categoria.

Had not an author better be tedious than superficial?

(Coelebs in search of a wife, cap. 21)

Dicevo che nel volgere di pochi mesi lo sventurato Coelebs si ritrova orfano di entrambi i genitori e solo soletto in una residenza di campagna. Avendo raggiunto l’età giusta per prendere moglie, decide di guardarsi intorno. Ma che non si dica in giro che Mr. Coelebs sia uno che si accontenta: il suo concetto di felicità coniugale, programmaticamente sventagliato nel primo capitolo, ‘does not include one idea of drudgery or servility‘ (questo lo vedremo) ma implica, da parte della signora si capisce, ‘ a large and comprehensive scheme of excellence‘, in assenza del quale una donna dev’essere giudicata priva di ‘the most appropriate branch of female knowledge‘ e in definitiva incapace di ‘excite esteem‘, per la sventura del suo ‘ill-starred partner‘ che non riceverà dalla sua compagna ‘neither credit nor comfort‘. Se non fosse lui stesso a volare alto, avrebbe comunque dalla sua parte le auguste indicazioni materne:

“I am so firmly persuaded, Charles,” would she kindly say, “of the justness of your taste, and the rectitude of your principles, that I am not much afraid of your being misled by the captivating exterior of any woman who is greatly deficient either in sense or conduct; but remember, my son, that there are many women against whose characters there lies nothing very objectionable, who are yet little calculated to taste or to communicate rational happiness.

Do not indulge romantic ideas, of superhuman excellence. Remember that the fairest creature is a fallen creature. Yet let not your standard be low. If it be absurd to expect perfection, it is not unreasonable to expect consistency. Do not suffer yourself to be caught by a shining quality, till you know it is not counteracted by the opposite defect. Be not taken in by strictness in one point, till you are assured there is no laxity in others. In character, as in architecture, proportion is beauty.

The education of the present race of females is not very favorable to domestic happiness. For my own part I call education, not that which smothers a woman with accomplishments, but that which tends to consolidate a firm and regular system of character; that which tends to form a friend, a companion, and a wife. I call education not that which is made up of the shreds and patches of useless arts, but that which inculcates principles, polishes taste, regulates temper, cultivates reason, subdues the passions, directs the feelings, habituates to reflection, trains to self-denial, and, more especially, that which refers all actions, feelings, sentiments, tastes, and passions, to the love and fear of God.”

(Coelebs in search of a wife, cap. 2)

Appare dunque chiarissimo che, a dispetto dell’ammonimento chissà quanto sincero a non tendere alla perfezione, se Coelebs non vuole offendere e infangare la memoria dei suoi genitori non potrà prendere in moglie niente di meno che un angelo del coro divino. E così, sepolta anche la madre, si allontana da casa alla ricerca della fanciulla straordinaria che possa catturare il suo cuore a furia di abnegazione, dolcezza, istruzione che non sia troppa, modestia che non sia affettata, senso del decoro e religiosità regolarmente messa in pratica.

Per prima cosa Coelebs si dirige a Londra e qui ha modo di sperimentare gli orrori della metropoli. La rustica quiete che ha imparato ad apprezzare a casa sua è sostituita dal fracasso e dal turbinare di visite ed eventi, le ragazze sono sfrontate, tutti sono superficiali e alle feste la conversazione leggera sembra essere preferita ai discorsi sui massimi sistemi. La mannaia dalla censura di Coelebs non fa prigionieri: tutti quelli in cui s’imbatte incorrono nella sua severa disapprovazione, vuoi per una mancanza di princìpi, vuoi per una sovrabbondanza di princìpi, vuoi perché ostentano un amore per Dio che non provano o perché al contrario si vergognano di andare in chiesta. La giusta misura, a quanto sembra, la conosce solo Coelebs, che già a questo punto (non siamo neppure a un quarto del libro) ci sta già un po’ antipatico.

In ogni caso, il soggiorno a Londra si risolve in un nulla di fatto; non solo perché nessuna delle fanciulle conosciute nella capitale sembra essere degna di aspirare alla mano del nostro protagonista ma anche perché Coelebs ha promesso a suo padre che prima di impegnarsi con chicchessia farà visita a un vecchio amico di famiglia. L’eccellente Mr. Stanley, di cui conosciamo solo virtù celestiali, ha preso la saggia decisione di stare lontano da quel ricettacolo di peccati chi è Londra e infatti vive in campagna insieme alla moglie e a un nugolo di figliole, la maggiore delle quali deve ancora compiere diciannove anni. La ricerca è già bell’e risolta: anche il più stolido dei lettori capisce immediatamente che Hannah More ha deciso di accoppiare la piuccheperfetta Miss Stanley con il piuccheperfetto Coelebs, per cui il libro potrebbe anche essere concluso in pochi capitoli.

Nossignore.

L’arrivo di Coelebs dagli Stanley inaugura un valzer di sermoni da cui si fa fatica a uscire dritti sulle proprie gambe a meno che non si pratichi la lettura diagonale. Se avevamo pensato che Coelebs fosse un ‘monster of complacency and pride‘, per rubare a Kingsley Amis la sua celeberrima definizione di Fanny Price, era solo perché non avevamo fatto i conti con lo Stanley — un Coelebs al cubo, reso ancora più sicuro di sé e del proprio dogmatismo dall’età e dall’evidente ruolo di guida spirituale che tutto il vicinato, prete compreso, sembra avergli conferito. Grazie alle conversazioni con il vecchio amico di suo padre, nonché osservando l’esemplare armonia che sembra regnare nella casa in cui si trova ospite, Coelebs imparerà quel poco che ancora non sa sul perfetto ménage familiare e sulle caratteristiche da ricercare in una potenziale compagna di vita, fino a rendersi conto che Lucilla Stanley incarna tutti i suoi desideri. Nel frattempo ci sono molte altre cose di cui disquisire sotto la brillante e infallibile guida del padrone di casa: la giusta misura della carità cristiana, come decidere quali parti di un romanzo siano adatte ai ragazzini e alle ragazzine, i doveri di un curato di campagna (e qui vediamo lo stesso curato cedere il passo alla maggior conoscenza dello Stanley), il miglior modo di affrontare un lutto — e ovviamente l’educazione delle donne.

L’idea di donna della More è forse troppo lontana da noi e dalle nostre lotte per poter essere compresa e contestualizzata senza rabbia, ma la rabbia è la prima e la più naturale delle reazioni nel vedere proprio una donna così impegnata nella difesa del patriarcato.

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Hannah More non voleva sentir parlare di martelli

Le signorine Stanley, che in questo romanzo sono l’esempio della rara e fortunata combinazione di eccellente educazione e dolcezza d’indole, non parlano quasi mai. Sappiamo che amano la botanica, sappiamo che libri leggono e quante volte vanno in chiesa, sappiamo che una di loro ha rifiutato un altrimenti desiderabilissimo pretendente perché nutriva dei dubbi sulla sua rettitudine (ci ricorda qualcosa?), ma sono sempre informazioni di seconda mano che ci raggiungono per bocca dei genitori, del prete o del vicinato. Le ragazze stesse, poco più che figurine monodimensionali, non sembrano godere del diritto di presentarsi al lettore senza il filtro e l’intermediazione di una figura adulta. E questo è solo il primo e più evidente filtro che si frappone tra noi e loro: tutto ciò che conoscono è stato calato loro dall’alto, dopo essere stato opportunamente rimaneggiato. Il padre legge per loro, la madre le accompagna nella preghiera, tutti e due insieme dirigono i loro giudizi e le loro opinioni. Queste ragazze non sembrano aver assaporato nulla per conoscenza diretta.

Non solo l’istruzione ma anche il carattere delle signorine Stanley vengono forgiati in questo modo. La parola d’ordine, ripetuta più volte nel corso del romanzo, è self-denial. Le ragazze, che un giorno saranno mogli e madri, imparano sin da piccine l’arte di dimenticarsi di se stesse e di arretrare di fronte alle pretese del padre, del marito, della famiglia — dell’autorità. Se sono esuberanti verranno presto ricondotte a una più sobria riservatezza (‘Sir John Belfield decladed, that […] unless the wildness of a wit was tamed like the wildness of other animals, by domestic habits, he himself would not choose to venture on one‘, cap. 35), se volano troppo con la fantasia saranno quanto prima riportate coi piedi per terra (‘“Imagination” replied Mr. Stanley, “well directed, is the charm of life; […] but allow me to say, that where a woman abandons herself to the dominion of this vagran faculty it may lead to something worse than a disorderly table”‘, cap. 35; e questo in risposta all’unica signorina, che ovviamente non è una Stanley, che si azzardi a obiettare che irregimentare la fantasia equivale a mortificare la dignità e l’intelletto, oltre che ad appiattire le inclinazioni personali in quell’esatto conformismo che tutti questi uomini dichiarano di rifuggire in una donna). L’obiettivo è distruggere il sé di queste donne: non basta che si trasformino in proiezioni ambulanti dei desideri maschili, devono anche volerlo.

Dopo trenta e passa capitoli di mortificazione femminile, non stupisce che a Lucilla Stanley non sia concesso il diritto di parola neppure per accettare la proposta di matrimonio di Coelebs (dirà tutto con lo sguardo) né stupisce che siano padre e fidanzato insieme a stabilire quando dovrà sposarsi. Il fondo viene toccato quando scopriamo che Coelebs e Lucilla erano destinati l’uno all’altra da quando erano piccoli per desiderio dei rispettivi padri, e che sono stati deliberatamente cresciuti secondo gli stessi precetti e incoraggiando gli stessi gusti (sempre che di gusti si possa parlare, in casi simili) affinché, conoscendosi, potessero piacersi. Messo di fronte a cotanta rivelazione, Coelebs è deliziato dove noi ci sentiremmo umiliati e oltraggiati. Per noi è quasi distopia, per lui è un ulteriore motivo per condurre la sua Lucilla all’altare.

E ora la domanda fatale: che c’entra tutto questo con Jane Austen? C’entra e nemmeno tanto di striscio. Se pensiamo alla donna di Hannah More non può che venirci in mente Fanny Price, così religiosa, così insicura ed educata a rinunciare sempre a se stessa e a essere sempre ‘the lowest and the last‘ (Mansfield Park, cap. 23). Ma anche se pensiamo all’uomo di Hannah More, con la morale sempre in tasca, ci viene in mente Fanny Price costantemente impegnata a giudicare in silenzio. Secondo Beatrice Battaglia, autrice di un libro su Jane Austen di cui non smetterò mai di tessere le lodi, Fanny è sì la discendente delle eroine del conduct book, ma è una discendente problematica e gonfia di dolore. Laddove quelle hanno imparato a conformare tutte se stesse con i diktat dell’autorità, Fanny a un certo punto avverte (ma non sa bene come affrontare) lo scollamento tra la sua voce interiore, che la spinge verso la self-assertion, e la coscienza di dover obbedire alla voce dell’autorità, che la schiaccia in un’innaturale self-denial. Questo conflitto fa di Fanny un personaggio più umano e rotondo delle signorine Stanley e allo stesso tempo mette in luce le storture dei metodi educativi propagandati da Hannah More.

Anche senza sposare le teorie di Beatrice Battaglia, la lettura di Coelebs in search of a wife può aiutarci a collocare Fanny Price nella letteratura del suo tempo e a contestualizzare meglio i suoi pensieri e le sue scelte. Sempre, s’intende, che non stramazziamo al suolo durante uno degli interminabili predicozzi di Mr. Stanley.

Aggregatore #5 [12-18 maggio]

Reused Costumes – 1983

Non vi capita mai, mentre guardate per l’ennesima volta qualche adattamento della BBC, di provare un senso di familiarità? A me sì. Il perché ce lo spiega questo post: riciclano i costumi.

Jane Austen’s Mansfield Park ~ A Little Bit About Tom Bertram…

Riscoperta di un personaggio un po’ marginale di Mansfield Park, che però a furia di leggere emerge in tutta la sua simpatia. Ci si domanda anche quale sia il miglior Tom Bertram dello schermo: be’, secondo me è James D’Arcy.

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James D’Arcy

Beyond Mr Darcy: A Reading List for Jane Austen Fans

Ci piace Jane Austen ma non ci accontentiamo. Che fare? Anziché buttarci sui sequel, esploriamo questa bella lista di libri imperdibili per ogni Janeite. Chi l’ha scritta sa quello che dice perché ci ha messo dentro Fanny Burney e soprattutto Maria Edgeworth (che non era una scelta scontata), tutte signore di cui parleremo in abbondanza. Completano l’opera la biografia della Tomalin e l’immancabile Elizabeth Gaskell.

Why is Mansfield Park so filthy?

Nella mia edizioni di Mansfield Park (una BUR), c’è una lunga prefazione di Tony Tanner che tocca tutti i punti principali del romanzo: la diversità di Fanny dall’eroina austeniana standard, Sotherton, Lover’s Vows e anche l’esilio a Portsmouth. Di questo particolare segmento, Tanner fa notare la prosa piuttosto ‘violenta’: porte che sbattono, bambini che corrono e strillano, Mrs. Price che urla a Rebecca, insomma una gran confusione. Oltre che violento il linguaggio si fa talvolta anche un po’ disgustoso. Il tavolo non è pulito, le posate lo sono ancora meno e anche il cibo non è proprio appetitoso, tanto che il latte descritto come ‘ a mixture of motes floating in thin blue’ (cap. 46) fa quasi rivoltare lo stomaco. L’autore di questo post (e anche di quest’altro, sempre molto bello) ragiona sul sapore flaubertiano della descrizione della sporcizia in Mansfield Park.