Festeggiando il bicentenario: 5 motivi per amare Mansfield Park

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Frontespizio della prima edizione di Mansfield Park

Ci siamo: oggi è il duecentesimo compleanno di Mansfield Park. Non staremo a discutere se sia invecchiato bene oppure no (o magari sì, discutiamone: i commenti sono aperti); quel che è certo, però, è che per molti è il romanzo di Jane Austen più difficile da digerire. Sarà che Fanny (deboluccia, moralista, perfettina) è davvero troppo frigida per suscitare qualunque simpatia, sarà che Edmund il predicatore non è capace di accendere nessun sentimento, sarà che dalla prima all’ultima pagina regna un’atmosfera repressiva e asfittica, sarà che un finale così severo e all’apparenza poco soddisfacente Jane Austen non l’ha mai scritto — sta di fatto che non è raro adorare Jane Austen ma detestare Mansfield Park.

Sono tutti aspetti su cui tornerò spesso e volentieri, ma visto che oggi si celebra una ricorrenza, e visto che anche i bambini brutti e un po’ antipatici hanno diritto a dei bei regali, ecco ben cinque motivi per cui a Mansfield Park, in fondo in fondo, si può anche volere bene.

  1. Geometria e crescendo drammatico. La suddivisione di Mansfield Park è geometrica. Dopo il doveroso preambolo che ci presenta i personaggi, abbiamo tre grandi sezioni: nella prima i Crawford arrivano a Mansfield e cominciano a esercitare la loro influenza letale sui giovani della casa, opportunamente privi della guida paterna. In questa fase Fanny osserva in silenzio. Nella seconda si consuma il tentativo di rappresentazione teatrale, in cui Fanny viene sottoposta a una prima prova: le viene chiesto di recitare, cerca di opporsi e ha appena ceduto quando il provvidenziale ritorno di Sir Thomas la mette in salvo. Nella terza sezione la prova che Fanny deve superare è più ardua: messa di fronte a una proposta di matrimonio che non può accettare, resiste con molta difficoltà e per questo viene esiliata. Analogamente alla prima volta, anche in questo caso la scampa grazie a un intervento esterno (la fuga di Maria e Mr. Crawford) proprio appena ha iniziato a cedere, ed è la stessa narratrice ad assicurarci, nell’epilogo, che senza lo scandalo di Maria Fanny avrebbe ceduto eccome. Lo schema seguito denota una certa progressione: I. Introduzione; II. Fanny osserva e si forma un’opinione; III. La prima prova di Fanny; IV. La seconda prova di Fanny; V. Epilogo.
  2. Allegorie, simboli e metafore. Questo è un argomento che meriterebbe di essere trattato a parte da qualcuno più esperto di me, ma qualche cenno non può mancare. Mansfield Park è una foresta di cose non espresse chiaramente, avvolte dietro discorsi all’apparenza insignificanti, preannunciate molto prima che avvengano sotto forma di metafore anticipatorie oppure non dette affatto. La maestria di Jane Austen nell’arte dell’allusione è insuperabile e ci fa ululare di piacere.
    La gita a Sotherton, per esempio, è praticamente un riassunto del romanzo. Edmund, affascinato da Mary Crawford nonostante le assurdità di lei (‘Oh! do not attack me with your watch. A watch is always too fast or too slow. I cannot be dictated to by a watch.‘, cap, 9), pianta in asso Fanny e la lascia seduta su una panchina da sola, dimenticandosi di lei: non è quello che succede per tutto il romanzo? Henry Crawford e Maria, quasi al picco della reciproca attrazione, passeggiano insieme a Mr, Rushworth: trovatisi di fronte a un cancello, Maria si scopre incapace di aspettare che il suo futuro sposo vada a prendere la chiave per aprirlo (è un simbolismo potentissimo) e, spronata da un discorso quantomai duplice di Henry Crawford (‘And for the world you would not get out without the key and without Mr. Rushworth’s authority and protection, or I think you might with little difficulty pass round the edge of the gate, here, with my assistance; I think it might be done, if you really wished to be more at large, and could allow yourself to think it not prohibited.“, cap. 10), si tira su le gonne e salta dall’altra parte del muretto. L’accostamento con la fuga disonorevole del terzo libro è superfluo, ma una piccola differenza c’è: la prima volta Maria non si fa male.
    Ci sono anche piccole cose a cui badare: l’incidente dell’arpa di Mary Crawford, che ci racconta in poche righe la sua incapacità di capire e amare la campagna; la questione della catena da indossare con la croce di William, che ci suggerisce chi sarà a sposare Fanny; e poi c’è Lover’s Vows.
  3. Lover’s Vows. La recita domestica abortita è l’apice del romanzo: interrotta quella, sappiamo già quasi tutto quello che c’è da sapere. Purtroppo noi siamo due secoli in ritardo, ma chiunque avesse preso in mano il romanzo nel 1814 avrebbe avuto delle indicazioni molto chiare circa le intenzioni di Jane Austen già dalla scelta dell’autore che i giovani di Mansfield Park decidono di mettere in scena. Per fortuna ci viene in soccorso Marilyn Butler che, nel suo Jane Austen and the war of ideas, ci racconta per sommi capi la reputazione di Kotzebue (autore del testo originale, mentre la versione inglese è di Elizabeth Inchbald): ‘the most sanguine of optimists about the beauty and innocence fo human nature left to follow its own instincts‘ (p. 233), Kotzebue scriveva di bambini nati da relazioni incestuose, di suore incinte e di mogli che scappano ma poi vengono perdonate. Roba torbida, ma anche roba da far drizzare i capelli in testa alle partigiane del pensiero antigiacobino e ultraconservatore (una specie di Tea Party, ma peggio. Ne parleremo), pensiero perfettamente veicolato da romanzi d’intento didascalico sulla virtù femminile. Nei lavori di Kotzebue, ci racconta la Butler, vengono espressi ripetutamente l’orrore per le costrizioni imposte dalla società e la necessità di seguire gli impulsi e gli istinti naturali. In Lover’s Vows quest’istanza viene portata avanti in special modo dai personaggi di Frederick e Amelia, che in Mansfield Park sono interpretati da…? Ma naturalmente dai fratelli Crawford.
    Se non ci fosse abbastanza carne al fuoco, leggere il testo di Lover’s Vows ci mostra che ognuno dei personaggi di Mansfield Park, anziché recitare, interpreta se stesso come non potrebbe al di fuori del teatro, e lo fa su due livelli. Tanto per iniziare, le coppie Edmund – Mary e Henry – Maria riescono a esprimere meglio le proprie passioni attraverso la recitazione. In secondo luogo, come osserva sempre la Butler, a ciascuno è affidata una versione grottesca ed esagerata di se stessa: Mr. Rushworth è il Conte Cassel, un innamorato un po’ stupido che non viene accettato; Mary Crawford è Amelia, una ragazza piuttosto sfrontata che tenta di sedurre un prete; Maria Bertram è la donna perduta; Edmund fa il chierico innamorato. Più chiaro di così non potrebbe essere: stanno recitando, ma in realtà non stanno recitando. È quando l’avventura teatrale s’interrompe (ecco l’ironia amara di Jane Austen che ci travolge) che si ritrovano dolorosamente costretti a interpretare una parte ben più impegnativa, con le conseguenze che sappiamo.
  4. Mary Crawford. Siamo tutti d’accordo: Mary ci sta simpatica, ancora di più se messa a confronto con Fanny. Il suo spirito, la sua intelligenza e il suo rifiuto di accontentarsi la rendono così moderna e vicina a noi che le possiamo perdonare senza pensarci due volte il ruolo di forza distruttrice della tranquillità di Mansfield Park in generale e di Fanny in particolare. Per il lettore, anzi, Mary agisce all’opposto: interrompe con un po’ di brio i sermoni di Edmund e le paturnie di Fanny ed è solo grazie a lei se non soccombiamo alla noia entro la fine del primo libro. E poi è audace, si espone e non ha paura di far valere le proprie opinioni o di esprimere i propri desideri. Difende Fanny dall’odiosa zia Norris e invoca un briciolo di pietà per Maria Bertram, sul cui matrimonio mercenario aveva già candidamente detto il vero in un paio di occasioni. La sua indipendenza di pensiero non può essere perdonata, non in questo romanzo, ma anche nel fallimento l’ultima parola e l’ultimo sorriso sono i suoi. Ma fallisce davvero?
  5. L’epilogo. Chi non ha chiuso Mansfield Park con una puntina di stizza alzi la mano. Siamo insoddisfatti ma non sappiamo perché, visto che i malvagi vengono allontanati, i peccatori puniti e i buonissimi premiati. Secondo me, invece, possiamo essere contenti. Fanny coronerà pure il suo sogno, ma nei fatti il suo matrimonio è un ripiego (per dirla con Jane Austen: ‘transfer of unchanging attachments‘) e sembra pure tristemente asessuato (l’accenno finale ai ‘married cousins‘ getta una piccola, perfida, ombra di incesto e uccide per sempre qualunque illusione che tra i due possa esserci una qualche passione). Lei, educata da Edmund a pensare e agire come se fosse una sua propaggine, potrà anche non accorgersene, ma noi sì e non è certo un caso se tutte le Janeites sognano un Mr. Darcy o un Capitano Wentworth ma nessuna trova invidiabile la situazione coniugale di Fanny Price.
    Per questo, pure con tutti i ragionevoli dispiaceri per la vera eroina che rimane a mani vuote, non me la sento di compiangere Mary Crawford per aver perso Edmund. Nel mondo nient’affatto manicheo di Jane Austen, esiste senz’altro un uomo dotato della fermezza morale di Edmund ma sprovvisto della sua rigidità nell’imporla, magari anche in grado di instaurare un dialogo da pari e pari anziché inculcare sermoni a una moglie alunna. Le più perfette coppie austeniane hanno proprio questo tipo di rapporto, e Mary Crawford non si merita niente di peggio.
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2 pensieri su “Festeggiando il bicentenario: 5 motivi per amare Mansfield Park

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