Festeggiando il bicentenario: Mansfield Park 1999

Il giorno del bicentenario di Mansfield Park è trascorso ed è stato doverosamente festeggiato, ma questo non significa che i festeggiamenti debbano interrompersi. Pensavo anzi di protrarli per tutto il 2014, così da entrare di slancio nel bicentenario di Emma (2015): naturalmente Fanny Price non sarà l’unico argomento dei miei post per i prossimi sette mesi, ma proverò a concentrarmi su di lei e tutto quello che scriverò in proposito sarà raccolto nel tag Mansfield Park bicentenary.

Per prima cosa ho deciso di fare le pulci agli adattamenti televisivi; se la scorsa settimana, pur con tutta la buona volontà, mi è toccato maltrattare lo scempio dell’ITV, oggi è la volta della pellicola di Patricia Rozema (1999).

Devo confessare di trovarmi in difficoltà nell’esprimere un giudizio, perché ancora non sono riuscita a decidere se questo film sia una devastazione dovuta a una conoscenza pressoché nulla di Jane Austen e del suo romanzo oppure se, al contrario, sia un adattamento coraggioso frutto di molte letture sull’argomento.

mansfield-park-jonny-lee-miller-frances-o-connor

Johnny Lee Miller e Frances O’ Connor

Sul cast si può quasi soprassedere. Ormai è chiaro che non possiamo aspettarci che il ruolo della protagonista sia affidato a una ragazza che sembri effettivamente debole e cagionevole, e infatti Frances O’ Connor è il ritratto della salute (ma visto il taglio di questa Fanny sarebbe sembrato strano il contrario). Johnny Lee Miller è un buon Edmund ma sarà un miglior Mr. Knightley. Mary Crawford, purtroppo per Embeth Davidtz che all’epoca aveva trentaquattro anni, dimostra almeno il doppio degli anni che dovrebbe avere. Alessandro Nivola non è affatto ‘black and plain‘ come si converrebbe a un Henry Crawford che si rispetti, bensì biondo e bellissimo. Mi sono piaciuti molto Harold Pinter nei panni di un oscuro Sir Thomas Bertram e Sheila Gish, ben calata nella parte della bisbetica Mrs. Norris.

Per quanto riguarda la trama e la resa dei personaggi, lo stravolgimento è notevole. Fanny viene audacemente fusa con la stessa Jane Austen: ha ambizioni da scrittrice, opinioni moderne e una lingua un po’ tagliente e come Jane Austen accetta e respinge un pretendente nel volgere di ventiquattr’ore. Di timidezza non sembra esserci traccia e le sue riserve nei confronti di Henry Crawford vengono facilmente superate, tant’è vero che a Portsmouth accetta le sue profferte e gli getta le braccia al collo in pubblico dopo uno spettacolare corteggiamento — fuochi d’artificio, uccelli in volo… tutto esagerato, ma tutto nello stile di Henry Crawford, che è uno a cui piace ostentare. La Rozema ha indovinato ed esagerato questo lato del suo carattere o ha soltanto inserito un episodio gratuito? La questione del sì a Henry Crawford, peraltro, è più che un parallelismo con la biografia di Jane Austen. Per tutto il romanzo a noi viene assicurato che Fanny non ha alcuna intenzione di accettarlo, però alla fine scopriamo che forse, invece…

Could [Henry] have been satisfied with the conquest of one amiable woman’s affections, could he have found sufficient exultation in overcoming the reluctance, in working himself into the esteem and tenderness of Fanny Price, there would have been every probability of success and felicity for him. His affection had already done something. Her influence over him had already given him some influence over her. Would he have deserved more, there can be no doubt that more would have been obtained, especially when that marriage had taken place, which would have given him the assistance of her conscience in subduing her first inclination, and brought them very often together. Would he have persevered, and uprightly, Fanny must have been his reward, and a reward very voluntarily bestowed, within a reasonable period from Edmund’s marrying Mary.

(Mansfield Park, cap. 48)

Mentre Fanny, alla prospettiva di un matrimonio tra Edmund e Mary, esclama con incontestabile certezza ‘He will marry her, and be poor and miserable’ (cap, 44), quattro capitoli dopo la narratrice sfuma la perentorietà di questo giudizio assicurandoci che se non fosse capitato uno scandalo la prospettiva così temuta avrebbe reso tutti piuttosto felici, e Patricia Rozema chiude il film considerando che ‘it could have turned out differently, I suppose. But it didn’t’. Come a dire: non sarebbe morto nessuno, anzi. A me sembra che abbia colto e restituito bene l’ambiguità di Mansfield Park e l’impossibilità di determinarne il lieto fine, ma certo potrebbe anche essere un pasticcio senza capo né coda che sto sovrainterpretando.

Molti altri aspetti, invece, non sono ambigui per niente. L’attrazione di Edmund per Mary Crawford, come ogni attrazione degna di questo nome, ha molto a che fare con gli ormoni e poco a che fare col cervello e per questo nel film il personaggio di lei è sfacciatamente sensuale. Fuma giocando a biliardo, indossa vestiti un po’ volgari e prova Lover’s Vows mettendo le mani addosso a Fanny in modo così provocante che a Edmund a momenti schizzano gli occhi dalle orbite. Allo stesso modo, la caduta di Maria viene mostrata senza troppi giri di parole con una scena di sesso consumata proprio a Mansfield Park. Forse è uno shock troppo forte però dà la misura dell’analogo shock provocato all’inizio del XIX secolo dalla fuga di una donna con un amico intimo della sua famiglia, che a noi giunge probabilmente un po’ mitigato dal tempo che è trascorso. La stessa scelta di ambientare il tradimento sotto il tetto dei Bertram fa sentire, ancor prima che capire, quanto clamorosamente Henry Crawford abbia infranto il rispetto dovuto alla famiglia con cui era stato così intimo. Allo stesso modo, però, potrebbe anche essere un tentativo maldestro di infarcire di sesso una storia che dal sesso è solo sfiorata, allo scopo di renderla più appetibile agli occhi dello spettatore di oggi.

L’innesto più chiassoso, comunque, rimane quello dello schiavismo. Nel romanzo, lo sappiamo, è solo un accenno: Fanny fa una domanda in proposito a Sir Thomas, non riceve risposta e capisce che in futuro farà bene a tacere. Nel film l’approccio è inizialmente simile ma via via più torbido. Fanny è un’abolizionista convinta, mentre Sir Thomas potrebbe essere uscito da uno di quegli agghiaccianti tomi di naturalismo scientifico di fine Settecento che George L. Mosse racconta nel suo bel saggio Il razzismo in Europa. Il primo imbarazzante dialogo tra nipote e zio oscura il carattere di lui in modo nient’affatto promettente e l’impressione si rafforza osservando il comportamento di Tom Bertram, che fugge atterrito da Antigua. Il capofamiglia di Mansfield Park nasconde qualcosa di irriferibile, talmente irriferibile che non verrà detto ma disegnato.

mansfield-park-1999

Fanny sfoglia disgustata i disegni di Tom

Che Sir Thomas abusi delle sue schiave Jane Austen non lo dice mai. Se anche volesse dirlo non potrebbe, perché una signorina non scrive certe cose e perché si è data la regola di non raccontare nulla che non conosca per esperienza diretta. Però accenna agli schiavi quando potrebbe farne a meno, ed è la Fanny della Rozema a unire i puntini che non tutti quelli che si occupano di Jane Austen si sono sentiti di collegare: rifiuta, e lo dice a chiare lettere, che Sir Thomas disponga di lei (del suo corpo, nello specifico) come ha fatto con Maria e come fa con i suoi schiavi. L’educazione discutibile dei figli e la piena soddisfazione con cui vende la felicità di sua figlia per dodicimila sterline all’anno e un’alleanza vantaggiosa ce le mette Jane Austen, la critica al colonialismo ce la mette la Rozema: l’autorità morale di Sir Thomas è in frantumi. Alla fine del romanzo potrà rendersi conto dei suoi errori e metterci una pezza, in questo film non ha alcun margine di riabilitazione.

Non c’è dubbio che chi desidera un adattamento fedele di Mansfield Park debba girare al largo da questo film. Rapporti di forza mutati, psicologie ribaltate, soppressione di eventi importanti e aggiunta di episodi fuori luogo ne fanno quanto di più infedele allo scheletro del romanzo si possa concepire. Tuttavia, più ci penso più mi convinco che tutte queste manovre non siano fini a se stesse ma piuttosto esplorazioni di sottotesti e piste nascoste che nel romanzo ci sono eccome. Di Mansfield Park 2007 purtroppo non possiamo che dire: è un orrore senza senso. Di Mansfield Park 1999 possiamo parlare e non è detto che ci metteremo d’accordo.

Scheda IMDb del film

Annunci

Un pensiero su “Festeggiando il bicentenario: Mansfield Park 1999

  1. Pingback: Festeggiando il bicentenario: Mansfield Park 1983 | Austenismi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...