Coelebs in search of a wife di Hannah More

Un’attività utile per capire meglio Jane Austen e quello che scrive, o magari per vedere da dove trae ispirazione e soprattutto in che cosa trasforma i suoi spunti originari, potrebbe essere quella di leggere quello che leggeva lei. Forte di questa convinzione, presto trasformata in ferreo proposito, un paio di settimane fa mi sono procurata e ho iniziato a leggere Coelebs in search of a wife, romanzo e riflessione sulla felicità coniugale di certa Hannah More.

NPG 412; Hannah More by Henry William Pickersgill

Dietro questa gentile nonnina si nasconde quel mostro moralizzatore chiamato Hannah More

Hannah More, ci dice Wikipedia, fu poetessa, autrice drammatica, formidabile filantropa, fervente evangelica e diligente compilatrice di conduct book e moral tale. L’avventura del giovane Coelebs, che dopo la morte dei genitori prende a battere l’Inghilterra in cerca di una compagna che corrisponda ai suoi standard di virtù femminile, rientra proprio in quest’ultima categoria.

Had not an author better be tedious than superficial?

(Coelebs in search of a wife, cap. 21)

Dicevo che nel volgere di pochi mesi lo sventurato Coelebs si ritrova orfano di entrambi i genitori e solo soletto in una residenza di campagna. Avendo raggiunto l’età giusta per prendere moglie, decide di guardarsi intorno. Ma che non si dica in giro che Mr. Coelebs sia uno che si accontenta: il suo concetto di felicità coniugale, programmaticamente sventagliato nel primo capitolo, ‘does not include one idea of drudgery or servility‘ (questo lo vedremo) ma implica, da parte della signora si capisce, ‘ a large and comprehensive scheme of excellence‘, in assenza del quale una donna dev’essere giudicata priva di ‘the most appropriate branch of female knowledge‘ e in definitiva incapace di ‘excite esteem‘, per la sventura del suo ‘ill-starred partner‘ che non riceverà dalla sua compagna ‘neither credit nor comfort‘. Se non fosse lui stesso a volare alto, avrebbe comunque dalla sua parte le auguste indicazioni materne:

“I am so firmly persuaded, Charles,” would she kindly say, “of the justness of your taste, and the rectitude of your principles, that I am not much afraid of your being misled by the captivating exterior of any woman who is greatly deficient either in sense or conduct; but remember, my son, that there are many women against whose characters there lies nothing very objectionable, who are yet little calculated to taste or to communicate rational happiness.

Do not indulge romantic ideas, of superhuman excellence. Remember that the fairest creature is a fallen creature. Yet let not your standard be low. If it be absurd to expect perfection, it is not unreasonable to expect consistency. Do not suffer yourself to be caught by a shining quality, till you know it is not counteracted by the opposite defect. Be not taken in by strictness in one point, till you are assured there is no laxity in others. In character, as in architecture, proportion is beauty.

The education of the present race of females is not very favorable to domestic happiness. For my own part I call education, not that which smothers a woman with accomplishments, but that which tends to consolidate a firm and regular system of character; that which tends to form a friend, a companion, and a wife. I call education not that which is made up of the shreds and patches of useless arts, but that which inculcates principles, polishes taste, regulates temper, cultivates reason, subdues the passions, directs the feelings, habituates to reflection, trains to self-denial, and, more especially, that which refers all actions, feelings, sentiments, tastes, and passions, to the love and fear of God.”

(Coelebs in search of a wife, cap. 2)

Appare dunque chiarissimo che, a dispetto dell’ammonimento chissà quanto sincero a non tendere alla perfezione, se Coelebs non vuole offendere e infangare la memoria dei suoi genitori non potrà prendere in moglie niente di meno che un angelo del coro divino. E così, sepolta anche la madre, si allontana da casa alla ricerca della fanciulla straordinaria che possa catturare il suo cuore a furia di abnegazione, dolcezza, istruzione che non sia troppa, modestia che non sia affettata, senso del decoro e religiosità regolarmente messa in pratica.

Per prima cosa Coelebs si dirige a Londra e qui ha modo di sperimentare gli orrori della metropoli. La rustica quiete che ha imparato ad apprezzare a casa sua è sostituita dal fracasso e dal turbinare di visite ed eventi, le ragazze sono sfrontate, tutti sono superficiali e alle feste la conversazione leggera sembra essere preferita ai discorsi sui massimi sistemi. La mannaia dalla censura di Coelebs non fa prigionieri: tutti quelli in cui s’imbatte incorrono nella sua severa disapprovazione, vuoi per una mancanza di princìpi, vuoi per una sovrabbondanza di princìpi, vuoi perché ostentano un amore per Dio che non provano o perché al contrario si vergognano di andare in chiesta. La giusta misura, a quanto sembra, la conosce solo Coelebs, che già a questo punto (non siamo neppure a un quarto del libro) ci sta già un po’ antipatico.

In ogni caso, il soggiorno a Londra si risolve in un nulla di fatto; non solo perché nessuna delle fanciulle conosciute nella capitale sembra essere degna di aspirare alla mano del nostro protagonista ma anche perché Coelebs ha promesso a suo padre che prima di impegnarsi con chicchessia farà visita a un vecchio amico di famiglia. L’eccellente Mr. Stanley, di cui conosciamo solo virtù celestiali, ha preso la saggia decisione di stare lontano da quel ricettacolo di peccati chi è Londra e infatti vive in campagna insieme alla moglie e a un nugolo di figliole, la maggiore delle quali deve ancora compiere diciannove anni. La ricerca è già bell’e risolta: anche il più stolido dei lettori capisce immediatamente che Hannah More ha deciso di accoppiare la piuccheperfetta Miss Stanley con il piuccheperfetto Coelebs, per cui il libro potrebbe anche essere concluso in pochi capitoli.

Nossignore.

L’arrivo di Coelebs dagli Stanley inaugura un valzer di sermoni da cui si fa fatica a uscire dritti sulle proprie gambe a meno che non si pratichi la lettura diagonale. Se avevamo pensato che Coelebs fosse un ‘monster of complacency and pride‘, per rubare a Kingsley Amis la sua celeberrima definizione di Fanny Price, era solo perché non avevamo fatto i conti con lo Stanley — un Coelebs al cubo, reso ancora più sicuro di sé e del proprio dogmatismo dall’età e dall’evidente ruolo di guida spirituale che tutto il vicinato, prete compreso, sembra avergli conferito. Grazie alle conversazioni con il vecchio amico di suo padre, nonché osservando l’esemplare armonia che sembra regnare nella casa in cui si trova ospite, Coelebs imparerà quel poco che ancora non sa sul perfetto ménage familiare e sulle caratteristiche da ricercare in una potenziale compagna di vita, fino a rendersi conto che Lucilla Stanley incarna tutti i suoi desideri. Nel frattempo ci sono molte altre cose di cui disquisire sotto la brillante e infallibile guida del padrone di casa: la giusta misura della carità cristiana, come decidere quali parti di un romanzo siano adatte ai ragazzini e alle ragazzine, i doveri di un curato di campagna (e qui vediamo lo stesso curato cedere il passo alla maggior conoscenza dello Stanley), il miglior modo di affrontare un lutto — e ovviamente l’educazione delle donne.

L’idea di donna della More è forse troppo lontana da noi e dalle nostre lotte per poter essere compresa e contestualizzata senza rabbia, ma la rabbia è la prima e la più naturale delle reazioni nel vedere proprio una donna così impegnata nella difesa del patriarcato.

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Hannah More non voleva sentir parlare di martelli

Le signorine Stanley, che in questo romanzo sono l’esempio della rara e fortunata combinazione di eccellente educazione e dolcezza d’indole, non parlano quasi mai. Sappiamo che amano la botanica, sappiamo che libri leggono e quante volte vanno in chiesa, sappiamo che una di loro ha rifiutato un altrimenti desiderabilissimo pretendente perché nutriva dei dubbi sulla sua rettitudine (ci ricorda qualcosa?), ma sono sempre informazioni di seconda mano che ci raggiungono per bocca dei genitori, del prete o del vicinato. Le ragazze stesse, poco più che figurine monodimensionali, non sembrano godere del diritto di presentarsi al lettore senza il filtro e l’intermediazione di una figura adulta. E questo è solo il primo e più evidente filtro che si frappone tra noi e loro: tutto ciò che conoscono è stato calato loro dall’alto, dopo essere stato opportunamente rimaneggiato. Il padre legge per loro, la madre le accompagna nella preghiera, tutti e due insieme dirigono i loro giudizi e le loro opinioni. Queste ragazze non sembrano aver assaporato nulla per conoscenza diretta.

Non solo l’istruzione ma anche il carattere delle signorine Stanley vengono forgiati in questo modo. La parola d’ordine, ripetuta più volte nel corso del romanzo, è self-denial. Le ragazze, che un giorno saranno mogli e madri, imparano sin da piccine l’arte di dimenticarsi di se stesse e di arretrare di fronte alle pretese del padre, del marito, della famiglia — dell’autorità. Se sono esuberanti verranno presto ricondotte a una più sobria riservatezza (‘Sir John Belfield decladed, that […] unless the wildness of a wit was tamed like the wildness of other animals, by domestic habits, he himself would not choose to venture on one‘, cap. 35), se volano troppo con la fantasia saranno quanto prima riportate coi piedi per terra (‘“Imagination” replied Mr. Stanley, “well directed, is the charm of life; […] but allow me to say, that where a woman abandons herself to the dominion of this vagran faculty it may lead to something worse than a disorderly table”‘, cap. 35; e questo in risposta all’unica signorina, che ovviamente non è una Stanley, che si azzardi a obiettare che irregimentare la fantasia equivale a mortificare la dignità e l’intelletto, oltre che ad appiattire le inclinazioni personali in quell’esatto conformismo che tutti questi uomini dichiarano di rifuggire in una donna). L’obiettivo è distruggere il sé di queste donne: non basta che si trasformino in proiezioni ambulanti dei desideri maschili, devono anche volerlo.

Dopo trenta e passa capitoli di mortificazione femminile, non stupisce che a Lucilla Stanley non sia concesso il diritto di parola neppure per accettare la proposta di matrimonio di Coelebs (dirà tutto con lo sguardo) né stupisce che siano padre e fidanzato insieme a stabilire quando dovrà sposarsi. Il fondo viene toccato quando scopriamo che Coelebs e Lucilla erano destinati l’uno all’altra da quando erano piccoli per desiderio dei rispettivi padri, e che sono stati deliberatamente cresciuti secondo gli stessi precetti e incoraggiando gli stessi gusti (sempre che di gusti si possa parlare, in casi simili) affinché, conoscendosi, potessero piacersi. Messo di fronte a cotanta rivelazione, Coelebs è deliziato dove noi ci sentiremmo umiliati e oltraggiati. Per noi è quasi distopia, per lui è un ulteriore motivo per condurre la sua Lucilla all’altare.

E ora la domanda fatale: che c’entra tutto questo con Jane Austen? C’entra e nemmeno tanto di striscio. Se pensiamo alla donna di Hannah More non può che venirci in mente Fanny Price, così religiosa, così insicura ed educata a rinunciare sempre a se stessa e a essere sempre ‘the lowest and the last‘ (Mansfield Park, cap. 23). Ma anche se pensiamo all’uomo di Hannah More, con la morale sempre in tasca, ci viene in mente Fanny Price costantemente impegnata a giudicare in silenzio. Secondo Beatrice Battaglia, autrice di un libro su Jane Austen di cui non smetterò mai di tessere le lodi, Fanny è sì la discendente delle eroine del conduct book, ma è una discendente problematica e gonfia di dolore. Laddove quelle hanno imparato a conformare tutte se stesse con i diktat dell’autorità, Fanny a un certo punto avverte (ma non sa bene come affrontare) lo scollamento tra la sua voce interiore, che la spinge verso la self-assertion, e la coscienza di dover obbedire alla voce dell’autorità, che la schiaccia in un’innaturale self-denial. Questo conflitto fa di Fanny un personaggio più umano e rotondo delle signorine Stanley e allo stesso tempo mette in luce le storture dei metodi educativi propagandati da Hannah More.

Anche senza sposare le teorie di Beatrice Battaglia, la lettura di Coelebs in search of a wife può aiutarci a collocare Fanny Price nella letteratura del suo tempo e a contestualizzare meglio i suoi pensieri e le sue scelte. Sempre, s’intende, che non stramazziamo al suolo durante uno degli interminabili predicozzi di Mr. Stanley.

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4 pensieri su “Coelebs in search of a wife di Hannah More

  1. Hannah More non era molto amata da JA. C’è un gustoso scambio tra lei e Cassandra su questo libro. La sorella gliene aveva evidentemente scritto e lei, in una lettera del 24 gennaio 1809, le dice:
    “Non hai affatto accresciuto la mia curiosità circa Caleb; – Prima la mia avversione era fittizia, ma ora è reale; non mi piacciono gli Evangelici. – Naturalmente quando lo leggerò ne sarò deliziata, come altra gente, ma fino ad allora, mi starà antipatico.”
    Poi la sorella deve averle rimproverato l’errata ortografia del titolo e, parlando di questo, JA si sbilancia anche in una sorta di giudizio preventivo sul libro, che, sia pure ammantato di ironia ci dice anche qualcosa sulla sua idea di letteratura:
    “Non mi vergogno affatto per il titolo del Romanzo, visto che non posso essere incolpata di avere offeso la tua calligrafia; il Dittongo l’avevo visto, ma sapendo quanto ti piace aggiungere una vocale ovunque puoi, l’ho attribuito unicamente a questo – e sapere la verità non rende un servizio al libro; – il solo merito che poteva avere, era il nome di Caleb, che ha un suono onesto e non pretenzioso; ma in Coelebs, c’è pedanteria e affettazione. – È stato scritto solo per gli Studiosi dei Classici?”

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    • Il secondo passaggio, che non ricordavo, mi ha fatto molto sorridere. Comunque sia, se non sbaglio c’è una lettera posteriore a queste in cui JA sembra invece passata alla causa degli Evangelici, perché l’ho spesso vista citata come prova a supporto delle posizioni essenzialmente conservatrici che le vengono attribuite. Io penso che le cose non siano così semplici con JA; se purtroppo non ho riferimenti così precisi a cui appellarmi, vedo come rielabora nei suoi romanzi i dibattiti del suo tempo e spesso la trovo critica verso i conservatori.

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  2. Probabile che il brano sia quello in cui JA parla di John Pemberton Plumptre alla nipote Fanny, che in quel periodo aveva un flirt con lui (la lettera è del 18-20 novembre 1814):
    “E quanto alle obiezioni sulla sua Bontà, sul pericolo che diventi persino Evangelico, (2) questo non posso condividerlo. Nessuno riuscirebbe a convincermi che non dobbiamo essere tutti Evangelici, e in fin dei conti sono certa che coloro che lo sono Razionalmente o Istintivamente, siano più felici e più certi della salvezza.”
    Se ci mettiamo accanto la frase della lettera del 1809: “non mi piacciono gli Evangelici.” il dubbio sulle sue opinioni religiose resta.
    Quanto al conservatorismo di JA è sempre difficile applicare etichette con parole che nel tempo hanno assunto significati diversi (succede un po’ la stessa cosa con il l’etichetta “femminista”). Se per conservatore si intende qualcuno che accetta di buon grado le regole e le convenzioni della società, anzi le ritiene indispensabili per mantenere e perpetuare l’ordine costituito, basta leggere le sue opere: c’è forse qualche convenzione sociale del suo tempo che ne esce indenne?

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    • Confesso di usare in modo piuttosto disinvolto i termini “conservatore” e “progressista” a partire dal 1789. Nel caso specifico siamo quasi agganciati a quell’anno fatale, perché tutto ruota o sembra ruotare intorno a due poli: romanzo giacobino e romanzo antigiacobino. Sto leggendo un libro secondo il quale chiunque si mettesse a scrivere negli anni di Napoleone in qualche modo era costretto a prendere posizione su questi temi: a quanto pare, già solo scegliere una struttura (per esempio, quella del contrasto tra due modelli di donna come in SS) era scendere in campo. Secondo l’autrice del libro, Jane Austen è del tutto “conservative”. Secondo altri è critica contro quello che in mancanza di parole migliori definirò sistema, ma cerca di sottintenderlo anziché scriverlo a chiare lettere.

      Se ci sono convenzioni sociali che escono indenni? Almeno una secondo me sì. Il matrimonio mercenario o anche solo quello basato sulla “prudence” sono ripudiati (anche se a questo punto dovremmo parlare di Marianne…), tuttavia, per quanto strabiliante e avventurosa sia per queste donne la scoperta del sé, infine coincide sempre con le nozze. Spesso i loro errori sono messi accanto, nel caso di Elizabeth e Marianne del tutto identificati, a personaggi maschili: confrontando potenziali partner, imparano cos’è giusto e cos’è sbagliato per poi sposare l’uomo che incarna il giusto. Potrebbero fermarsi dopo aver imparato la lezione. Emma potrebbe continuare con la sua vita e Marianne iniziare quella modesta e ritirata che si è proposta. Però non lo fanno mai.

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