Jane Austen and names di Maggie Lane

Una strada spesso battuta da chi s’impegni a decifrare romanzi, non solo quelli della nostra beniamina, è quella di prestare particolare attenzione ai nomi che l’autore sceglie per i suoi protagonisti e per i luoghi e sentire se raccontano qualcosa. Uno che si divertiva a far chiacchierare i suoi nomi era Dickens, per esempio in Tempi difficili: sfruttava musicalità e cacofonie (il cognome Gradgrind è tutto asperità, ma in Louisa è attenuato dalla lunga dolcezza del dittongo) ma era anche capace di racchiudere un intero destino nelle due sillabe del cognome Blackpool.

Anche Jane Austen lavora sui nomi. Mr. Knight-ley è già ottimamente raccomandato al lettore ancor prima che possa spiccicare parola e più avanti nel romanzo avrà occasione di dar mostra delle sue doti cavalleresche — non già precipitandosi a salvare una fanciulla rapita con tanto di destriero e armatura, secondo la miglior tradizione medievale, ma invitando a ballare una ragazza barbaramente ignorata da un villano. Non che questo svilimento dei servizi resi a una damsel in distress impedisca a Harriet di ricordare l’accaduto con un rapimento esagerato, comunque (‘The very recollection of it, and all that I felt at the time, when I saw him coming — his noble look, and my wretchedness before. Such a change! In one moment such a change! From perfect misery to perfect happiness.‘, cap. 40). Anche del Capitano Went-worth sappiamo già molto dal cognome: ci saranno anche stati tempi in cui non possedeva il becco d’un quattrino, ma è sempre stato un uomo di valore — e di un valore che non si quantifica nella sua rendita. Un ottimo, ma non condiviso da tutti, esempio di toponomastica messa al servizio della storia è Mans-field Park: un luogo, cioè, dove la donna ha ben poco spazio di affermazione perché schiacciata dall’onnipresenza maschile, che le impone come comportarsi e vestirsi, le insegna come pensare e anche chi deve sposare. Se poi qualcuna non interiorizza le istruzioni, come Fanny quando si rifiuta di sposare Henry Crawford, è sempre l’autorità maschile a spedirla in esilio.

Tuttavia, anche dietro i nomi propri dei personaggi austeniani c’è una sottile intelligenza, ed è proprio questa intelligenza che Maggie Lane si propone di svelarci nel suo libriccino Jane Austen and names.

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Jane Austen and names di Maggie Lane

La Lane comincia la sua esplorazione con una breve storia dell’introduzione e dell’uso dei nomi propri in Inghilterra: si parte dall’eptarchia, in cui venivano combinati due nomi (uno dei quali, solitamente, era quello paterno) per dar vita a nomi polisillabici come Ethelbert, Ethelred, Egbert e così via. Tutti questi nomi suonano piuttosto antiquati perché, con le poche eccezioni rappresentate da Edmund, Edward e Arthur, sono stati spazzati via dopo il 1066. I Normanni, oltre alla loro ingombrante presenza e a uno stile di vita tutto nuovo, introdussero un nuovo stock di nomi (William, Walter, Richard e Robert, tra i nomi più popolari ancor oggi, sono tutti nomi normanni) e mandarono in pensione l’usanza di combinarli tra loro. Poco dopo, fu la crescente influenza della Chiesa a rimpolpare il numero di nomi in circolazione: santi, personaggi veterotestamentari e i primi martiri erano le scelte più popolari, e presto l’incidenza di nomi cristiani crebbe al punto tale che alla fine del XIII secolo il 28% degli uomini si chiamava John e un quarto della popolazione maschile si divideva cinque nomi propri. Da questa ristrettezza nacque la necessità di aggiungere un soprannome o un qualunque altro identificativo accanto al nome proprio, necessità che portò infine alla nascita dei cognomi (spesso questi cognomi arrivano direttamente da nomi propri che subiscono qualche caduta sillabica. Qualche esempio: il cognome di Jane Austen è una contrazione di Augustine, il fondatore della cattedrale di Canterbury. Nei suoi romanzi appaiono i cognomi Bennet, che deriva da Benedict, Tilney, che deriva da Matilda, e Watson, che deriva da Walter). Successivamente, con la Riforma protestante caddero in disgrazia i nomi ‘non-scriptural‘ e crebbe la popolarità di quelli attinti dall’Antico Testamento, mentre l’Illuminismo riportò in auge la letteratura classica, facendo spuntare una quantità di Diana, Julia, Penelope e Augusta.

Allora come oggi, e con l’evidente eccezioni dei nomi reali che non sono mai davvero tramontati, anche la scelta del nome di un bimbo era in qualche modo soggetta a mode o comunque tendenze culturali, e nomi che sarebbero sembrati ridicoli a una generazione potevano esplodere e prosperare in quella successiva (e viceversa). In generale, sembra che il percorso seguito da uno stock di nomi cominciasse con le classi più alte, per poi scendere e scendere. Nel momento in cui lo stock arrivava a diffondersi presso il popolo era già fuori moda presso la nobiltà, che di conseguenza attingeva ad altre fonti. E così via.

Quando toccò a Jane Austen battezzare qualcosa come duecentocinquanta personaggi, i nomi usati nella realtà erano relativamente pochi. Tutte le derivazioni cristiane avevano ormai poca presa e lo stock attinto dalla classicità stava passando di moda, e così il 20% dei bambini si chiamava William, il 19% John e il 16% Thomas. Il resto della percentuale era acchiappato da Henry, James, Richard e pochi altri nomi. Allo stesso modo, il 24% delle bimbe erano Mary, il 19% Elizabeth e il 14% Anne. I nomi femminili più sofisticati, con terminazione in -a secondo il gusto classico, sembravano essere esclusivo appannaggio delle eroine dei romanzi — una falange oplitica di Cecilia, Camilla, Evelina, Pamela, Belinda e Lucilla. Jane Austen, al suo solito modo, si fa beffe di questa tendenza affibbiando i nomi in -a a signore stupidamente pretenziose: Mrs. Elton si chiama Augusta e sua sorella sfoggia il non meno altisonante Selina. Julia e Maria Bertram, anche se lo nascondono bene, sono insuperabilmente vanitose, e in grado minore lo sono anche le sorelle Musgrove (Henrietta e Louisa). Di Louisa Hurst non stiamo neanche a parlare e quasi ci stupisce che sua sorella abbia un assai più banale Caroline. E anche se a darsi delle arie è soltanto una servetta, come nella turbolenta casa dei Price, la sua posizione sociale modesta non lo salverà dal chiamarsi Rebecca (con accresciuto effetto comico). L’unica evidente eccezione è Emma Woodhouse (che comunque un po’ di arie se le dà…), ma solo perché la sua creatrice amava molto questo nome.

Infatti, Jane Austen aveva delle spiccate preferenze e associazioni mentali costanti in fatto di nomi. Adorava le due lettere perfette che compongono il nome Emma a tal punto che anche dopo aver lasciato perdere Emma Watson non poté rinunciare a chiamare così una sua eroina: e così ritagliò quelle due letterine e ne fece dono a Miss Woodhouse. Maria è per lei sinonimo di animo freddo e calcolatore (‘If Mrs Heathcote does not marry & comfort him now, I shall think she is a Maria & has no heart.‘, lettera a Cassandra del 9 febbraio 1813), Charlotte di prosaico buonsenso.

Per quanto riguarda i nomi maschili, sappiamo che la Jane Austen quindicenne sognava di sposare un Henry Frederic Howard Fitzwilliam o in alternativa un Edmund Arthur William Mortimer. Quasi tutti ricorrono nei suoi eroi o antieroi: al nome Henry sembra corrispondere un fascino irresistibile, che può essere positivo se il cognome è Tilney o letale se invece è Crawford. Edmund ispira, se non a lei almeno a Fanny, dei rapimenti fuori misura (‘But there is nobleness in the name of Edmund. It is a name of heroism and renown; of kings, princes, and knights; and seems to breathe the spirit of chivalry and warm affections.‘, cap. 22). L’antipatia per il nome Richard, invece, sembra talmente insormontabile da essere diventata una battuta ricorrente in casa Austen (nonché il primo concetto che la nostra autrice ci tiene a mettere in chiaro nel suo primo romanzo, Northanger Abbey. Il padre di Catherine, nella seconda riga, viene definito assai rispettabile ‘though his name was Richard‘). A tutte le splendenti virtù di Mr. Knightley possiamo ora aggiungere il suo nome di battesimo, George: nome reale, patrono dell’Inghilterra ed etimologicamente forte. Ci arriva dritto dritto dal greco antico γεωργός, che significa contadino: Mr. Knightley non è certamente un contadino ma proprio come Mr. Darcy possiede della terra e sa amministrarla, permettendo così ad altri di lavorare dignitosamente e prosperare. Tutte qualità che Jane Austen ammira e apprezza particolarmente in un uomo.

Queste e altre curiosità, in modo più ampio e articolato del mio, sono raccolte e impacchettate nella prima parte di Jane Austen and names. La seconda è più enciclopedica e contiene una lista di tutti i nomi di battesimo usati da Jane Austen: di ognuno viene stilata una storia sommaria che comprende l’etimologia e le circostanze dell’introduzione in Inghilterra, dopodiché vengono elencati tutti i personaggi che lo portano.

Penso sia chiaro che non stiamo parlando di un libro irrinunciabile, però farà la felicità di chi s’interessa di microstoria — e anche di quelli che non hanno mai saputo che si può indovinare con ragionevole certezza come si chiama Mrs. Norris o fatto caso all’unica volta in cui viene menzionato il nome di battesimo del Reverendo Elton.

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