Camilla di Fanny Burney

There seems almost a general wish of decrying the capacity and undervaluing the labour of the novelist, and of slighting the performances which have only genius, wit, and taste to recommend them. “I am no novel–reader — I seldom look into novels — Do not imagine that I often read novels — It is really very well for a novel.” Such is the common cant. “And what are you reading, Miss — ?” “Oh! It is only a novel!” replies the young lady, while she lays down her book with affected indifference, or momentary shame. “It is only Cecilia, or Camilla, or Belinda”; or, in short, only some work in which the greatest powers of the mind are displayed, in which the most thorough knowledge of human nature, the happiest delineation of its varieties, the liveliest effusions of wit and humour, are conveyed to the world in the best–chosen language.

(Northanger Abbey, cap. 5)

Se vogliamo parlare dei romanzi che circolavano all’epoca di Jane Austen, per nessuna ragione possiamo tralasciare Fanny Burney — quasi unanimemente citata come sua maggiore fonte di ispirazione. Dell’amore che Jane Austen le portava abbiamo le prove concrete in un simpatico aneddoto raccontato nel blog “Un tè con Jane Austen”: quando, già forte del successo di Evelina e Cecilia, la Burney decise di autofinanziare la propria carriera di scrittrice indicendo una sottoscrizione, la Austen non si sottrasse e le inviò mezza guinea. Al termine della raccolta la Burney aveva in mano oltre mille sterline, e le utilizzò per pubblicare Camilla, or a Picture of Youth.

La trama del romanzo è più facilmente riassumibile di quanto la voluminosità del tomo lasci presupporre: tutto ruota intorno alla famiglia Tyrold, composta da due eccellenti genitori, tre figlie (Lavinia, Camilla e Eugenia) e un figlio (Lionel). L’azione si mette in moto quando Sir Hugh, il fratello scapolo di Mr. Tyrold, decide di riavvicinarsi alla famiglia dopo un periodo di lontananza e si trasferisce nei paraggi insieme alla nipote Indiana e alla governante di lei. In questi primi capitoli vengono messe sul tavolo circostanze piuttosto importanti per gli eventi futuri e ci viene permesso di conoscere i personaggi: Sir Hugh, bonario e di scarsa cultura, ha la passione di combinare matrimoni tra i giovani della casa e quelli del vicinato; i Tyrold cercano di frenarlo quanto possono e di evitare che coinvolga i loro figli nei suoi progetti; Camilla è una ragazzina amorevole, spontanea e piena di buonumore; Eugenia una bimba giudiziosa e favorevolmente disposta all’apprendimento (per avvenimenti che lascio a voi scoprire, le viene impartita un’istruzione ben più maschile che femminile); Lionel uno scavezzacollo sconsiderato; Indiana è bellissima ma molto egocentrica e quasi altrettanto sciocca; Miss Margland, la sua istitutrice, una perfida intrigante. Facciamo inoltre la conoscenza del giovane Edgar Mandelbert, un orfano affidato alla custodia di Mr. Tyrold, e veniamo a sapere che Sir Hugh ha in mente di accoppiarlo con Indiana. Vediamo infine che Sir Hugh decide di fare di Eugenia la sola erede delle sue fortune.

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Fanny Burney (1752 – 1840)

Passati alcuni anni, le ragazze entrano in società sotto la guida di Miss Margland e l’occhio vigile di Edgar e allargano il proprio giro di amicizie. Vengono sottoposte alle attenzioni di molti pretendenti, alcuni graditi e altri piuttosto spiacevoli, e ognuna reagisce secondo il proprio carattere: Camilla è troppo timorosa di ferire i sentimenti altrui per rimettere un uomo al suo posto e per questo spesso si lascia trascinare (e, poverina, sorprendere) in situazioni poco appropriate; Eugenia, innocente e di grande rettitudine, non riesce non dico a scovare, ma neppure a supporre che possa esserci una qualche duplicità nel corteggiamento di un uomo, e così non individua mai i cacciatori di dote che inevitabilmente le ronzano attorno; Indiana, mai stanca di essere adulata, riceve con gioia ogni attenzione pur essendo già sicura dell’affetto di Edgar.

In verità, invece, Edgar prova una crescente attrazione per Camilla. Lei lo ricambia con ardore, ma ci sono molti ostacoli alla loro unione. Il primo è Indiana: da una parte per il senso di decoro di Camilla, che mai sottrarrebbe il fidanzato alla cugina, dall’altra per le macchinazioni della malefica Miss Margland, che s’impegna a mettere i due giovani l’uno contro l’altra alimentando incomprensioni via via più gravi. In secondo luogo, Camilla non è abbastanza ferma nel respingere i suoi numerosi pretendenti e la sua arrendevolezza, scambiata per spudorata civetteria, alimenta la gelosia di Edgar. Inoltre, Edgar è pesantemente influenzato dal Dottor Marchmont, suo tutore e confidente. Questi, misogino e diffidente di natura, lo indottrina sulla fallace natura femminile e lo spinge a dubitare di Camilla commentando in modo parziale i comportamenti di lei. Obiezione: ma se lui fosse davvero innamorato, non cercherebbe di chiarire i suoi dubbi chiedendo spiegazioni direttamente a Camilla, anziché rivolgersi a un vecchio signore che poco può sapere del cuore femminile? E qui arriviamo al più grande e quasi insuperabile ostacolo che divide la giovane coppia: loro stessi. Man mano che intrighi e circostanze si mettono al lavoro per allontanarli, infatti, questi due non si parlano mai. Lui, lo sappiamo, non si sbilancia finché il suo tutore non avrà deliberato che Camilla è degna di essere sposata. Lei, invece, riceve lezioni di delicatezza femminile dal padre, che le suggerisce di non lasciar trapelare la propria delusione di fronte a un uomo che non sembra ricambiare i suoi sentimenti. Più lui è diffidente più lei fa la sostenuta e viceversa: è evidente che se continuano così questo cane si morderà la coda all’infinito. E quel che è peggio è che Camilla, forse un po’ troppo immatura per andare in giro senza una guida affidabile nonché confusa e addolorata dal will they/won’t they con Edgar, infila un errore dietro l’altro, in gravità crescente, e dovrà deludere tutti quelli che ama e soffrire parecchio lei stessa prima di approdare alla felicità.

Nel mentre, accade di tutto. Sotto i nostri occhi rapiti sfila una parata variopinta: abbiamo la vedova allegra e cinica che sbuffa di fronte agli innamoramenti altrui, il baronetto annoiato che piano piano si lascia conquistare dai modi aperti e per nulla artificiosi di Camilla (Sir Sedley Clarendel, l’unico uomo di questa storia in grado di rubare il cuore a qualche lettrice), l’adolescente che viene costretta a sposare un vecchio trombone e si rifugia in sogni romantici e in amicizie sconvenienti, uno squallido e pericoloso cacciatore di dote, signore alla moda che cercano di radunare intorno a sé il capannello di ammiratori più folto. Tutti questi bei tipi interagiscono coi personaggi principali e assieme a loro spingono in avanti l’azione, causando rapimenti e disastri finanziari, pistolettate fatali e fughe d’amore, fino all’inevitabile lieto fine infarcito di fratture familiari ricomposte tra le lacrime e matrimoni a pioggia.

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Come ogni eroina che si rispetti, anche Camilla si ammala e rischia di stenderci le gambe: qui il momento del risveglio, illustrato da Henry Singleton

I motivi per cui Fanny Burney è considerata la madrina di Jane Austen sono già saltati all’occhio ma proviamo a fare il punto sulle somiglianze tra le due.

  • Entrambe si occupano di giovani donne che devono capire qual è l’uomo giusto e assicurarselo. All’eroina (e pure all’eroe) vengono sottoposti diversi potenziali partner, che lei dovrà imparare a vagliare e confrontare con la propria aspettativa matrimoniale. Questo percorso è utile alle due autrici per mostrare i rapporti di forza tra la donna e la società.
  • La strada che conduce al matrimonio è tortuosa e irta di difficoltà e comprende: il rischio sventato che uno o l’altra o entrambi sposino qualcun altro, gelosie, incomprensioni, figure di adulti che s’immischiano, in buona fede oppure no, per prevenire l’unione. Il romanzo consiste precisamente nella formazione e nello scioglimento felice di questi nodi.
  • Il registro ironico prevale. Se Jane Austen dà lezioni di satira sociale, Fanny Burney non è da meno. Ha individuato, catalogato e trovato la ridicolaggine di tutti i tipi che era evidentemente possibile incontrare a un qualunque ritrovo mondano, e non sembra avere paura di mostrarceli nella loro piccolezza, nel loro incessante affannarsi per conquiste di nessun valore (come, appunto, la cerchia più nutrita di ammiratori a un ballo), nelle loro incoerenze e incongruenze.
  • I personaggi si raccontano con le loro stesse parole. Non è sciocco asserire che la costruzione del fool austeniano discende dritta dritta dalla Burney. Un esempio: uno dei maggiori crucci di Sir Hugh è quello di non essere istruito. Ansioso com’è di porvi rimedio, assume persino un tutore e per un po’ s’impegna nello studio del latino, che poi abbandona in mancanza di risultati soddisfacenti. Nei suoi discorsi il senso d’inferiorità dell’uomo poco istruito affiora costantemente: se ne scusa quando non ce ne sarebbe bisogno, decide di far sposare Eugenia a un suo nipote perché entrambi hanno studiato il latino (e questa gli sembra un’affinità più che sufficiente!), si sottomette alle intemperanze del suo maleducatissimo tutore affermando che chi pensa alle lingue morte poco può curarsi della buona creanza. Di fatto, porta il discorso sempre da quelle parti. Se prendiamo un qualsiasi personaggio comico di Jane Austen, nella maggior parte dei casi vediamo che si comporta allo stesso modo: Mrs. Bennet dirige sempre la conversazione sulle sue figlie e su come sposarle al più presto, Mr. Woodhouse ha a cuore solo la salute (sua, della sua famiglia, di tutta Highbury), Sir Walter Elliot, quando ha passato in rassegna l’avvenenza di chi ha davanti, ha pressoché esaurito gli argomenti. Le piccole manie, ossessioni o idiosincrasie sono esplicitate sempre e soltanto attraverso il dialogo (tra poco ci ritorno).

Ma se queste due si rassomigliano così tanto, perché una andrà a finire sulle banconote e l’altra è quasi caduta nel dimenticatoio? Semplice: perché Jane Austen è più brava. Quando comincia a scrivere sul serio, si è già liberata degli impacci e degli imbarazzi che rendono alcuni passaggi della Burney quasi indigeribili. Le trame di Fanny Burney sono spesso ridondanti e contengono episodi inutili tanto per lo sviluppo degli eventi quanto per quello dei personaggi, mentre Jane Austen preferisce sbrigarsi. Se decide di far commettere a Emma lo stesso errore per ben due volte, non è a caso: quando s’inganna su Mr. Elton ferisce solo Harriet, quando fraintende Frank Churchill si fa male lei. Emma persevera nella sua cecità, ma non lo capisce finché non ne subisce le dirette conseguenze: è per questo che entrambi gli episodi sono necessari. Lo stesso in Mansfield Park: per quanto Fanny possa sentirsi scoraggiata quando le viene chiesto di recitare, questo non è nulla in confronto a quello che dovrà patire quando le verrà chiesto di sposarsi contro la sua volontà. La prima prova è propedeutica alla seconda.

Sempre la capacità di sintesi spinge Jane Austen a tagliare quelli che in Fanny Burney sarebbero chilometri di dialoghi e a comprimerli in pochi paragrafi di discorso indiretto libero. Mentre la prima fa sproloquiare solo i sempliciotti, la seconda concede a tutti lo spazio di chiacchierare senza freni, à la Miss Bates, annegando le informazioni e i passaggi davvero importanti in un oceano di ciarle. Inutile nasconderlo: all’inizio si sorride, dopo un po’ il sorriso è tirato, verso metà del romanzo si comincia a sbuffare e alla fine non se ne può proprio più. Ho la sensazione che i testi teatrali della Burney (ne scrisse otto) potrebbero essere migliori dei suoi romanzi proprio per quest’incontrollata propensione a far dialogare i personaggi a briglia sciolta.

Se è vero, come sostiene Virginia Woolf, che le opere incompiute di un autore ci dicono molto sul suo metodo di lavoro, il paragone Burney – Austen mostra che anche i predecessori e quelli che quest’autore ha considerato maestri possono parlarci. Jane Austen deve aver mandato la Burney a memoria e ha sicuramente iniziato a scrivere con Evelina, Cecilia e Camilla in mente. Tuttavia è stata capace di lavorare questi modelli con le sue dita svelte e di trasfigurarli, ottenendo una perfezione formale che la Burney non ha mai visto nemmeno da lontano e una complessità di temi che in romanzi come Camilla è solo accennata. I grandi romanzieri fanno così.

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3 pensieri su “Camilla di Fanny Burney

  1. Mentre leggevo ho proprio fatto questo ragionamento logico, da te poi confermato: quando hai descritto la trama di Camilla ho pensato che, con tutti questi personaggi e intrighi, il libro dev’essere un polpettone pesante, e la trama difficile da seguire, per questo non ha avuto lo stesso successo di Jane Austen, la quale conferma, ancora una volta, la sua intelligenza e bravura. Probabilmente, anche lei ha avuto queste stesse impressioni durante la lettura e, facendone tesoro, è riuscita a migliorare i personaggi amati, scrivendo lavori assai superiori a quelli della Burney. Come sempre, interessantissimo post. Complimenti!

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