Festeggiando il bicentenario: Mansfield Park 1983

Oggi si conclude la panoramica sugli adattamenti televisivi di Mansfield Park, che per quanto ne so sono soltanto tre: dopo il film del 2007, che non ci è piaciuto tanto, e quello del 1999, che invece abbiamo trovato interessante, è la volta della miniserie in sei puntate curata dalla BBC nel 1983.

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Mansfield Park 1983

In linea di massima la BBC è sinonimo di adattamenti molto fedeli, il che comprende un’ottima scelta degli attori, dialoghi inalterati e poche concessioni alla sensibilità contemporanea (anche se Emma 2009 può far temere che quest’ultimo aspetto stia cambiando). Difatti, è con qualche difficoltà che mi appresto a commentare una serie di cui sarebbe sufficiente dire: è il meglio che ci si possa ragionevolmente aspettare in termini di aderenza al testo austeniano.

Già Fanny è un buon punto di partenza. Non è bella come Billie Piper o Frances O’Connor e, finalmente, è timida e a disagio come ce la descrive Jane Austen. Se proprio vogliamo trovarle un difetto, è che le mancano quella gentilezza e quella dolcezza quasi angeliche che ha la Fanny del romanzo. Al contrario, nei momenti di maggior impaccio sembra un pochino rude (uno sgradevole effetto collaterale che qualunque persona veramente timida ha modo di sperimentare nella sua vita quotidiana: essere talmente in imbarazzo da apparire quasi scortese). Ma sono sfumature: di fatto, l’ottima Sylvestra Le Touzel si comporta bene per tutte e sei le puntate ed è credibilissima anche nel famoso scontro con Sir Thomas, quando prorompe in quei singhiozzi laceranti che le devastano il viso.

Di Edmund, come di tutti gli eroi di Jane Austen, sappiamo ben poco: è il suo contegno che parla per lui. Certamente però tutto mi sarei aspettata fuorché di vederlo interpretato da un ragazzone prestante e avvenente che somiglia a un surfista australiano! In ogni caso, il ruolo di Edmund non richiede granché: deve innamorarsi, essere doverosamente deluso e nel mentre restare inflessibile. Di conseguenza, sarà difficile che prima o poi un qualunque Edmund brilli sullo schermo, e infatti nemmeno Nicholas Farrell ce la fa, però svolge il suo compito con scrupolo e si rivela forse il migliore dei tre giovani Bertram che ho visto ultimamente.

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Si vede dallo sguardo colpevole: Henry e Mary Crawford ne stanno progettando una delle loro

I Crawford mi piacciono particolarmente. Lei, salvo l’orripilante acconciatura che le hanno inflitto e che condivide con Mr. Yates, è molto carina; lui è proprio meraviglioso. Siamo dovuti arrivare al 1983 per trovare un Henry Crawford che non sia un bellissimo uomo ma finalmente eccolo qui: non troppo alto (per il tormento del povero Rushworth), dai modi talvolta un po’ untuosi ma in qualche modo affascinante. Nessuna meraviglia che Maria Bertram, altro capolavoro di questo film, sia caduta ai suoi piedi.

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Bionda, perbacco, Maria Bertram è bionda!

Di Maria gli ultimi due adattamenti televisivi hanno colto e messo in risalto soprattutto il lato arido e calcolatore, quasi rapace. Non ce la fa ad acchiappare Henry, sposa un altro che non ama affatto e alla prima opportunità utile ricade nell’antica e mai sopita passione, questo è tutto. Non possiamo che schierarci contro di lei: tradisce il marito e disonora la famiglia, che sia bandita dalla nostra vista. Questa serie invece ce la mostra con un po’ più di morbidezza e meno manicheismo: vediamo la sua lotta per non cedere ai primi assalti di Mr. Crawford, la vediamo sussultare e imbarazzarsi nei momenti critici, vediamo il piacere un po’ dubbioso nel suo sguardo durante il discorso del cancello, vediamo diverse espressioni colpevoli sul suo volto (non penso sia un caso che abbiano scelto un’attrice dai lineamenti così delicati e graziosi). Vediamo le sfumature, e quindi vediamo che dopotutto, forse, se cade in rovina non è soltanto colpa sua: secondo me è una corretta limatura sulla quale i due film più recenti non hanno avuto la cura o la sensibilità di soffermarsi.

Questi pochi spunti (un altro paio: Lady Bertram è praticamente demente e William Price un tantino troppo servile) dimostrano che se ci sono divergenze rispetto al romanzo si tratta davvero di minuzie: chi sia alla ricerca di un adattamento con tutti i crismi, come Orgoglio e pregiudizio 1995, può dirigersi verso questa serie senza timori.

Scheda IMDb della serie

Festeggiando il bicentenario: Mansfield Park 1999

Il giorno del bicentenario di Mansfield Park è trascorso ed è stato doverosamente festeggiato, ma questo non significa che i festeggiamenti debbano interrompersi. Pensavo anzi di protrarli per tutto il 2014, così da entrare di slancio nel bicentenario di Emma (2015): naturalmente Fanny Price non sarà l’unico argomento dei miei post per i prossimi sette mesi, ma proverò a concentrarmi su di lei e tutto quello che scriverò in proposito sarà raccolto nel tag Mansfield Park bicentenary.

Per prima cosa ho deciso di fare le pulci agli adattamenti televisivi; se la scorsa settimana, pur con tutta la buona volontà, mi è toccato maltrattare lo scempio dell’ITV, oggi è la volta della pellicola di Patricia Rozema (1999).

Devo confessare di trovarmi in difficoltà nell’esprimere un giudizio, perché ancora non sono riuscita a decidere se questo film sia una devastazione dovuta a una conoscenza pressoché nulla di Jane Austen e del suo romanzo oppure se, al contrario, sia un adattamento coraggioso frutto di molte letture sull’argomento.

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Johnny Lee Miller e Frances O’ Connor

Sul cast si può quasi soprassedere. Ormai è chiaro che non possiamo aspettarci che il ruolo della protagonista sia affidato a una ragazza che sembri effettivamente debole e cagionevole, e infatti Frances O’ Connor è il ritratto della salute (ma visto il taglio di questa Fanny sarebbe sembrato strano il contrario). Johnny Lee Miller è un buon Edmund ma sarà un miglior Mr. Knightley. Mary Crawford, purtroppo per Embeth Davidtz che all’epoca aveva trentaquattro anni, dimostra almeno il doppio degli anni che dovrebbe avere. Alessandro Nivola non è affatto ‘black and plain‘ come si converrebbe a un Henry Crawford che si rispetti, bensì biondo e bellissimo. Mi sono piaciuti molto Harold Pinter nei panni di un oscuro Sir Thomas Bertram e Sheila Gish, ben calata nella parte della bisbetica Mrs. Norris.

Per quanto riguarda la trama e la resa dei personaggi, lo stravolgimento è notevole. Fanny viene audacemente fusa con la stessa Jane Austen: ha ambizioni da scrittrice, opinioni moderne e una lingua un po’ tagliente e come Jane Austen accetta e respinge un pretendente nel volgere di ventiquattr’ore. Di timidezza non sembra esserci traccia e le sue riserve nei confronti di Henry Crawford vengono facilmente superate, tant’è vero che a Portsmouth accetta le sue profferte e gli getta le braccia al collo in pubblico dopo uno spettacolare corteggiamento — fuochi d’artificio, uccelli in volo… tutto esagerato, ma tutto nello stile di Henry Crawford, che è uno a cui piace ostentare. La Rozema ha indovinato ed esagerato questo lato del suo carattere o ha soltanto inserito un episodio gratuito? La questione del sì a Henry Crawford, peraltro, è più che un parallelismo con la biografia di Jane Austen. Per tutto il romanzo a noi viene assicurato che Fanny non ha alcuna intenzione di accettarlo, però alla fine scopriamo che forse, invece…

Could [Henry] have been satisfied with the conquest of one amiable woman’s affections, could he have found sufficient exultation in overcoming the reluctance, in working himself into the esteem and tenderness of Fanny Price, there would have been every probability of success and felicity for him. His affection had already done something. Her influence over him had already given him some influence over her. Would he have deserved more, there can be no doubt that more would have been obtained, especially when that marriage had taken place, which would have given him the assistance of her conscience in subduing her first inclination, and brought them very often together. Would he have persevered, and uprightly, Fanny must have been his reward, and a reward very voluntarily bestowed, within a reasonable period from Edmund’s marrying Mary.

(Mansfield Park, cap. 48)

Mentre Fanny, alla prospettiva di un matrimonio tra Edmund e Mary, esclama con incontestabile certezza ‘He will marry her, and be poor and miserable’ (cap, 44), quattro capitoli dopo la narratrice sfuma la perentorietà di questo giudizio assicurandoci che se non fosse capitato uno scandalo la prospettiva così temuta avrebbe reso tutti piuttosto felici, e Patricia Rozema chiude il film considerando che ‘it could have turned out differently, I suppose. But it didn’t’. Come a dire: non sarebbe morto nessuno, anzi. A me sembra che abbia colto e restituito bene l’ambiguità di Mansfield Park e l’impossibilità di determinarne il lieto fine, ma certo potrebbe anche essere un pasticcio senza capo né coda che sto sovrainterpretando.

Molti altri aspetti, invece, non sono ambigui per niente. L’attrazione di Edmund per Mary Crawford, come ogni attrazione degna di questo nome, ha molto a che fare con gli ormoni e poco a che fare col cervello e per questo nel film il personaggio di lei è sfacciatamente sensuale. Fuma giocando a biliardo, indossa vestiti un po’ volgari e prova Lover’s Vows mettendo le mani addosso a Fanny in modo così provocante che a Edmund a momenti schizzano gli occhi dalle orbite. Allo stesso modo, la caduta di Maria viene mostrata senza troppi giri di parole con una scena di sesso consumata proprio a Mansfield Park. Forse è uno shock troppo forte però dà la misura dell’analogo shock provocato all’inizio del XIX secolo dalla fuga di una donna con un amico intimo della sua famiglia, che a noi giunge probabilmente un po’ mitigato dal tempo che è trascorso. La stessa scelta di ambientare il tradimento sotto il tetto dei Bertram fa sentire, ancor prima che capire, quanto clamorosamente Henry Crawford abbia infranto il rispetto dovuto alla famiglia con cui era stato così intimo. Allo stesso modo, però, potrebbe anche essere un tentativo maldestro di infarcire di sesso una storia che dal sesso è solo sfiorata, allo scopo di renderla più appetibile agli occhi dello spettatore di oggi.

L’innesto più chiassoso, comunque, rimane quello dello schiavismo. Nel romanzo, lo sappiamo, è solo un accenno: Fanny fa una domanda in proposito a Sir Thomas, non riceve risposta e capisce che in futuro farà bene a tacere. Nel film l’approccio è inizialmente simile ma via via più torbido. Fanny è un’abolizionista convinta, mentre Sir Thomas potrebbe essere uscito da uno di quegli agghiaccianti tomi di naturalismo scientifico di fine Settecento che George L. Mosse racconta nel suo bel saggio Il razzismo in Europa. Il primo imbarazzante dialogo tra nipote e zio oscura il carattere di lui in modo nient’affatto promettente e l’impressione si rafforza osservando il comportamento di Tom Bertram, che fugge atterrito da Antigua. Il capofamiglia di Mansfield Park nasconde qualcosa di irriferibile, talmente irriferibile che non verrà detto ma disegnato.

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Fanny sfoglia disgustata i disegni di Tom

Che Sir Thomas abusi delle sue schiave Jane Austen non lo dice mai. Se anche volesse dirlo non potrebbe, perché una signorina non scrive certe cose e perché si è data la regola di non raccontare nulla che non conosca per esperienza diretta. Però accenna agli schiavi quando potrebbe farne a meno, ed è la Fanny della Rozema a unire i puntini che non tutti quelli che si occupano di Jane Austen si sono sentiti di collegare: rifiuta, e lo dice a chiare lettere, che Sir Thomas disponga di lei (del suo corpo, nello specifico) come ha fatto con Maria e come fa con i suoi schiavi. L’educazione discutibile dei figli e la piena soddisfazione con cui vende la felicità di sua figlia per dodicimila sterline all’anno e un’alleanza vantaggiosa ce le mette Jane Austen, la critica al colonialismo ce la mette la Rozema: l’autorità morale di Sir Thomas è in frantumi. Alla fine del romanzo potrà rendersi conto dei suoi errori e metterci una pezza, in questo film non ha alcun margine di riabilitazione.

Non c’è dubbio che chi desidera un adattamento fedele di Mansfield Park debba girare al largo da questo film. Rapporti di forza mutati, psicologie ribaltate, soppressione di eventi importanti e aggiunta di episodi fuori luogo ne fanno quanto di più infedele allo scheletro del romanzo si possa concepire. Tuttavia, più ci penso più mi convinco che tutte queste manovre non siano fini a se stesse ma piuttosto esplorazioni di sottotesti e piste nascoste che nel romanzo ci sono eccome. Di Mansfield Park 2007 purtroppo non possiamo che dire: è un orrore senza senso. Di Mansfield Park 1999 possiamo parlare e non è detto che ci metteremo d’accordo.

Scheda IMDb del film

Festeggiando il bicentenario: Mansfield Park 2007

Nell’ultimo aggregatore c’è stato modo di ricordare il bicentenario di Mansfield Park, che cade per l’appunto questo maggio. Non sapendo bene come celebrarlo e non avendo gruppi di lettura a cui partecipare, ho deciso di immergermi negli adattamenti televisivi. Al momento ne ho visti soltanto due perciò comincerò passando in rassegna quello che è quasi unanimemente considerato uno dei maggiori affronti a Jane Austen: la versione televisiva del 2007, andata in onda sull’emittente ITV.

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Mansfield Park 2007 (ITV)

Cominciamo dal cast.

Billie Piper nei panni della protagonista è la prima e più clamorosa mossa falsa: è vigorosa dove Fanny è fragile e malaticcia e possiede dei lineamenti marcati e un’espressione sfrontata che mal raccontano una storia di remissività. Il personaggio che le hanno messo in mano, in ogni caso, è decisamente diverso da Fanny in ogni attributo donatole da Jane Austen. Nel romanzo Fanny non riesce a camminare o stare al sole troppo a lungo senza affaticarsi o essere colta da mal di testa, in questo film è perennemente impegnata a correre su e giù dalle scale, a cavalcare al galoppo, a ruzzolare per il giardino. Nel romanzo Fanny è troppo timida e spaventata per reagire alle frecciate e alle cattiverie che le provengono dalla famiglia Bertram e per questo si ritrae in se stessa in un perenne stato di allarme e agitazione; in questo film ride spesso di cuore e sembra felice e spensierata, tanto che ci riesce difficile credere alla sua voce fuori campo che racconta una vita di umiliazioni. A un certo punto la vediamo addirittura rispondere a tono a Mrs. Norris! La Piper se la cava bene nel dar vita a una ragazza vivace, ma fallisce nei toni scuri: il progressivo avvicinamento tra Edmund e Miss Crawford viene osservato con l’evidente costernazione che la creatura di Jane Austen non si sarebbe mai permessa di mostrare e il pianto disperato di Fanny, che non può accettare la proposta di matrimonio di Mr. Crawford ma è esageratamente addolorata dei conseguenti rimproveri di Sir Thomas, si risolve in un po’ di occhioni lucidi e qualche singhiozzo. Nulla di più lontano dal viso rosso e sconvolto che il capofamiglia di Mansfield decide di risparmiare alla vista di Mr. Crawford.

Blake Ritson è appena meglio alle prese con Edmund, che mai avremmo immaginato così bello (se qui l’attore è un po’ sottotono, esploderà nei panni di Mr. Elton nell’ultimo adattamento della BBC). Anziché rappresentare il monolitico ritratto della fermezza, dei valori e della rettitudine (insomma, della noia), il suo Edmund è immerso in un perpetuo stupore. Con quei suoi occhioni da rettile costantemente sgranati, Ritson sfodera di fronte alle attrattive di Miss Crawford la stessa espressione svagata (ma senza dubbio egli intendeva sembrarci rapito) che ha riservato alla cugina, alle sorelle, al padre e al carlino della madre.

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Billie Piper (coi capelli sempre inspiegabilmente sciolti) e un allucinato Blake Ritson

La prima (l’unica?) sorpresa piacevole è Hayley Atwell nei panni della maliarda Miss Crawford. Meglio così non si poteva proprio trovare: è bruna e provocante, ha una voce piena di fascino e scocca occhiate maliziose in grado di far soccombere chiunque. Il suo personaggio è piuttosto fedele alla Mary che conosciamo, con un pizzico di determinazione a prendersi gioco degli altri in più e molti, molti dissidi in meno, soprattutto quando si tratta di scegliere tra la vita di società e le nozze con l’uomo che ha imparato ad amare. Suo fratello Henry, invece è portato sullo schermo da un attore molto più bello e molto meno carismatico di quanto questo estratto del romanzo lascerebbe supporre.

[Mary’s] brother was not handsome: no, when [Maria and Julia] first saw him he was absolutely plain, black and plain; but still he was the gentleman, with a pleasing address. The second meeting proved him not so very plain: he was plain, to be sure, but then he had so much countenance, and his teeth were so good, and he was so well made, that one soon forgot he was plain; and after a third interview, after dining in company with him at the Parsonage, he was no longer allowed to be called so by anybody.

(Mansfield Park, cap. 5)

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La meravigliosa Hayley Atwell nei panni di Miss Crawford

Tutto il resto è noia: Maria e Julia Bertram si dimenticano in un battibaleno, l’arpia Mrs. Norris è assai meno formidabile, nella sua meschinità e grettezza, del suo corrispettivo cartaceo, Sir Bertram non sa di nulla e sua moglie è incredibilmente sveglia. Il resto del cast maschile, invece, si salva: buono Tom Bertram, credibile Mr. Rushworth e molto piacevole William Price.

Per quanto riguarda l’adattamento della trama, è più facile stabilire che si tratta di un film non tratto, bensì ispirato da Mansfield Park — tanti e tali sono gli stravolgimenti, le omissioni e le modifiche. Ho già scritto che Fanny non è la Fanny che ci ha raccontato Jane Austen: aggiungerò che tutti gli altri personaggi, pur molto più fedeli agli originali, sono decisamente meno problematici e più facilmente interpretabili. Per esempio, si dà il caso che stiamo discutendo da duecento anni tondi tondi dell’effettivo coinvolgimento di Henry Crawford per Fanny (e viceversa…): era innamorato? Si credeva innamorato? Recitava? Tutto questo insieme? Il film la risolve in un battibaleno mettendogli in bocca, mentre si offre a Fanny, le stesse parole che aveva usato per sedurre Maria. Dunque è deciso: Henry è sempre stato un manipolatore.

Un’altra scelta che allontana questo film dal romanzo a cui dice di ispirarsi è la soppressione del viaggio di Fanny a Portsmouth, un piano orchestrato da Sir Bertram per far sentire alla protagonista la differenza tra la vita che Mr. Crawford promette di offrirle e l’ambiente della sua famiglia d’origine, assai più umile e sregolato. Portsmouth è dunque una tappa fondamentale non solo per Fanny ma anche per i Bertram, che assaggeranno la loro stessa medicina quando si troveranno costretti a confrontare il comportamento dei propri figli con quello della nipote che hanno allontanato e scopriranno di avere molto da perdere nel cambio. Tuttavia, la decisione di eliminare questo segmento fondamentale della storia fa più sorridere che arrabbiare, perché più che una cattiva comprensione del romanzo rivela un’assai più prosaica ristrettezza di budget (di cui erano già spie la riduzione all’osso degli ambienti in cui girare, i vestiti riciclati, la cancellazione del ballo in onore di Fanny e il fatto che circa la metà del film si svolga all’aperto).

Insomma, questo film è un mezzo disastro: i pochi soldi, un casting scellerato e una sceneggiatura che in una società più equa avrebbe condotto all’amputazione delle mani di chi l’ha curata si sono infiltrati in un bel romanzo e l’hanno trasformato in una storia insulsa intervallata da momenti di pura demenza (mi riferisco in particolare agli ultimi dieci minuti).

Scheda IMDb del film (notevolissime le recensioni degli utenti)