Camilla di Fanny Burney

There seems almost a general wish of decrying the capacity and undervaluing the labour of the novelist, and of slighting the performances which have only genius, wit, and taste to recommend them. “I am no novel–reader — I seldom look into novels — Do not imagine that I often read novels — It is really very well for a novel.” Such is the common cant. “And what are you reading, Miss — ?” “Oh! It is only a novel!” replies the young lady, while she lays down her book with affected indifference, or momentary shame. “It is only Cecilia, or Camilla, or Belinda”; or, in short, only some work in which the greatest powers of the mind are displayed, in which the most thorough knowledge of human nature, the happiest delineation of its varieties, the liveliest effusions of wit and humour, are conveyed to the world in the best–chosen language.

(Northanger Abbey, cap. 5)

Se vogliamo parlare dei romanzi che circolavano all’epoca di Jane Austen, per nessuna ragione possiamo tralasciare Fanny Burney — quasi unanimemente citata come sua maggiore fonte di ispirazione. Dell’amore che Jane Austen le portava abbiamo le prove concrete in un simpatico aneddoto raccontato nel blog “Un tè con Jane Austen”: quando, già forte del successo di Evelina e Cecilia, la Burney decise di autofinanziare la propria carriera di scrittrice indicendo una sottoscrizione, la Austen non si sottrasse e le inviò mezza guinea. Al termine della raccolta la Burney aveva in mano oltre mille sterline, e le utilizzò per pubblicare Camilla, or a Picture of Youth.

La trama del romanzo è più facilmente riassumibile di quanto la voluminosità del tomo lasci presupporre: tutto ruota intorno alla famiglia Tyrold, composta da due eccellenti genitori, tre figlie (Lavinia, Camilla e Eugenia) e un figlio (Lionel). L’azione si mette in moto quando Sir Hugh, il fratello scapolo di Mr. Tyrold, decide di riavvicinarsi alla famiglia dopo un periodo di lontananza e si trasferisce nei paraggi insieme alla nipote Indiana e alla governante di lei. In questi primi capitoli vengono messe sul tavolo circostanze piuttosto importanti per gli eventi futuri e ci viene permesso di conoscere i personaggi: Sir Hugh, bonario e di scarsa cultura, ha la passione di combinare matrimoni tra i giovani della casa e quelli del vicinato; i Tyrold cercano di frenarlo quanto possono e di evitare che coinvolga i loro figli nei suoi progetti; Camilla è una ragazzina amorevole, spontanea e piena di buonumore; Eugenia una bimba giudiziosa e favorevolmente disposta all’apprendimento (per avvenimenti che lascio a voi scoprire, le viene impartita un’istruzione ben più maschile che femminile); Lionel uno scavezzacollo sconsiderato; Indiana è bellissima ma molto egocentrica e quasi altrettanto sciocca; Miss Margland, la sua istitutrice, una perfida intrigante. Facciamo inoltre la conoscenza del giovane Edgar Mandelbert, un orfano affidato alla custodia di Mr. Tyrold, e veniamo a sapere che Sir Hugh ha in mente di accoppiarlo con Indiana. Vediamo infine che Sir Hugh decide di fare di Eugenia la sola erede delle sue fortune.

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Fanny Burney (1752 – 1840)

Passati alcuni anni, le ragazze entrano in società sotto la guida di Miss Margland e l’occhio vigile di Edgar e allargano il proprio giro di amicizie. Vengono sottoposte alle attenzioni di molti pretendenti, alcuni graditi e altri piuttosto spiacevoli, e ognuna reagisce secondo il proprio carattere: Camilla è troppo timorosa di ferire i sentimenti altrui per rimettere un uomo al suo posto e per questo spesso si lascia trascinare (e, poverina, sorprendere) in situazioni poco appropriate; Eugenia, innocente e di grande rettitudine, non riesce non dico a scovare, ma neppure a supporre che possa esserci una qualche duplicità nel corteggiamento di un uomo, e così non individua mai i cacciatori di dote che inevitabilmente le ronzano attorno; Indiana, mai stanca di essere adulata, riceve con gioia ogni attenzione pur essendo già sicura dell’affetto di Edgar.

In verità, invece, Edgar prova una crescente attrazione per Camilla. Lei lo ricambia con ardore, ma ci sono molti ostacoli alla loro unione. Il primo è Indiana: da una parte per il senso di decoro di Camilla, che mai sottrarrebbe il fidanzato alla cugina, dall’altra per le macchinazioni della malefica Miss Margland, che s’impegna a mettere i due giovani l’uno contro l’altra alimentando incomprensioni via via più gravi. In secondo luogo, Camilla non è abbastanza ferma nel respingere i suoi numerosi pretendenti e la sua arrendevolezza, scambiata per spudorata civetteria, alimenta la gelosia di Edgar. Inoltre, Edgar è pesantemente influenzato dal Dottor Marchmont, suo tutore e confidente. Questi, misogino e diffidente di natura, lo indottrina sulla fallace natura femminile e lo spinge a dubitare di Camilla commentando in modo parziale i comportamenti di lei. Obiezione: ma se lui fosse davvero innamorato, non cercherebbe di chiarire i suoi dubbi chiedendo spiegazioni direttamente a Camilla, anziché rivolgersi a un vecchio signore che poco può sapere del cuore femminile? E qui arriviamo al più grande e quasi insuperabile ostacolo che divide la giovane coppia: loro stessi. Man mano che intrighi e circostanze si mettono al lavoro per allontanarli, infatti, questi due non si parlano mai. Lui, lo sappiamo, non si sbilancia finché il suo tutore non avrà deliberato che Camilla è degna di essere sposata. Lei, invece, riceve lezioni di delicatezza femminile dal padre, che le suggerisce di non lasciar trapelare la propria delusione di fronte a un uomo che non sembra ricambiare i suoi sentimenti. Più lui è diffidente più lei fa la sostenuta e viceversa: è evidente che se continuano così questo cane si morderà la coda all’infinito. E quel che è peggio è che Camilla, forse un po’ troppo immatura per andare in giro senza una guida affidabile nonché confusa e addolorata dal will they/won’t they con Edgar, infila un errore dietro l’altro, in gravità crescente, e dovrà deludere tutti quelli che ama e soffrire parecchio lei stessa prima di approdare alla felicità.

Nel mentre, accade di tutto. Sotto i nostri occhi rapiti sfila una parata variopinta: abbiamo la vedova allegra e cinica che sbuffa di fronte agli innamoramenti altrui, il baronetto annoiato che piano piano si lascia conquistare dai modi aperti e per nulla artificiosi di Camilla (Sir Sedley Clarendel, l’unico uomo di questa storia in grado di rubare il cuore a qualche lettrice), l’adolescente che viene costretta a sposare un vecchio trombone e si rifugia in sogni romantici e in amicizie sconvenienti, uno squallido e pericoloso cacciatore di dote, signore alla moda che cercano di radunare intorno a sé il capannello di ammiratori più folto. Tutti questi bei tipi interagiscono coi personaggi principali e assieme a loro spingono in avanti l’azione, causando rapimenti e disastri finanziari, pistolettate fatali e fughe d’amore, fino all’inevitabile lieto fine infarcito di fratture familiari ricomposte tra le lacrime e matrimoni a pioggia.

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Come ogni eroina che si rispetti, anche Camilla si ammala e rischia di stenderci le gambe: qui il momento del risveglio, illustrato da Henry Singleton

I motivi per cui Fanny Burney è considerata la madrina di Jane Austen sono già saltati all’occhio ma proviamo a fare il punto sulle somiglianze tra le due.

  • Entrambe si occupano di giovani donne che devono capire qual è l’uomo giusto e assicurarselo. All’eroina (e pure all’eroe) vengono sottoposti diversi potenziali partner, che lei dovrà imparare a vagliare e confrontare con la propria aspettativa matrimoniale. Questo percorso è utile alle due autrici per mostrare i rapporti di forza tra la donna e la società.
  • La strada che conduce al matrimonio è tortuosa e irta di difficoltà e comprende: il rischio sventato che uno o l’altra o entrambi sposino qualcun altro, gelosie, incomprensioni, figure di adulti che s’immischiano, in buona fede oppure no, per prevenire l’unione. Il romanzo consiste precisamente nella formazione e nello scioglimento felice di questi nodi.
  • Il registro ironico prevale. Se Jane Austen dà lezioni di satira sociale, Fanny Burney non è da meno. Ha individuato, catalogato e trovato la ridicolaggine di tutti i tipi che era evidentemente possibile incontrare a un qualunque ritrovo mondano, e non sembra avere paura di mostrarceli nella loro piccolezza, nel loro incessante affannarsi per conquiste di nessun valore (come, appunto, la cerchia più nutrita di ammiratori a un ballo), nelle loro incoerenze e incongruenze.
  • I personaggi si raccontano con le loro stesse parole. Non è sciocco asserire che la costruzione del fool austeniano discende dritta dritta dalla Burney. Un esempio: uno dei maggiori crucci di Sir Hugh è quello di non essere istruito. Ansioso com’è di porvi rimedio, assume persino un tutore e per un po’ s’impegna nello studio del latino, che poi abbandona in mancanza di risultati soddisfacenti. Nei suoi discorsi il senso d’inferiorità dell’uomo poco istruito affiora costantemente: se ne scusa quando non ce ne sarebbe bisogno, decide di far sposare Eugenia a un suo nipote perché entrambi hanno studiato il latino (e questa gli sembra un’affinità più che sufficiente!), si sottomette alle intemperanze del suo maleducatissimo tutore affermando che chi pensa alle lingue morte poco può curarsi della buona creanza. Di fatto, porta il discorso sempre da quelle parti. Se prendiamo un qualsiasi personaggio comico di Jane Austen, nella maggior parte dei casi vediamo che si comporta allo stesso modo: Mrs. Bennet dirige sempre la conversazione sulle sue figlie e su come sposarle al più presto, Mr. Woodhouse ha a cuore solo la salute (sua, della sua famiglia, di tutta Highbury), Sir Walter Elliot, quando ha passato in rassegna l’avvenenza di chi ha davanti, ha pressoché esaurito gli argomenti. Le piccole manie, ossessioni o idiosincrasie sono esplicitate sempre e soltanto attraverso il dialogo (tra poco ci ritorno).

Ma se queste due si rassomigliano così tanto, perché una andrà a finire sulle banconote e l’altra è quasi caduta nel dimenticatoio? Semplice: perché Jane Austen è più brava. Quando comincia a scrivere sul serio, si è già liberata degli impacci e degli imbarazzi che rendono alcuni passaggi della Burney quasi indigeribili. Le trame di Fanny Burney sono spesso ridondanti e contengono episodi inutili tanto per lo sviluppo degli eventi quanto per quello dei personaggi, mentre Jane Austen preferisce sbrigarsi. Se decide di far commettere a Emma lo stesso errore per ben due volte, non è a caso: quando s’inganna su Mr. Elton ferisce solo Harriet, quando fraintende Frank Churchill si fa male lei. Emma persevera nella sua cecità, ma non lo capisce finché non ne subisce le dirette conseguenze: è per questo che entrambi gli episodi sono necessari. Lo stesso in Mansfield Park: per quanto Fanny possa sentirsi scoraggiata quando le viene chiesto di recitare, questo non è nulla in confronto a quello che dovrà patire quando le verrà chiesto di sposarsi contro la sua volontà. La prima prova è propedeutica alla seconda.

Sempre la capacità di sintesi spinge Jane Austen a tagliare quelli che in Fanny Burney sarebbero chilometri di dialoghi e a comprimerli in pochi paragrafi di discorso indiretto libero. Mentre la prima fa sproloquiare solo i sempliciotti, la seconda concede a tutti lo spazio di chiacchierare senza freni, à la Miss Bates, annegando le informazioni e i passaggi davvero importanti in un oceano di ciarle. Inutile nasconderlo: all’inizio si sorride, dopo un po’ il sorriso è tirato, verso metà del romanzo si comincia a sbuffare e alla fine non se ne può proprio più. Ho la sensazione che i testi teatrali della Burney (ne scrisse otto) potrebbero essere migliori dei suoi romanzi proprio per quest’incontrollata propensione a far dialogare i personaggi a briglia sciolta.

Se è vero, come sostiene Virginia Woolf, che le opere incompiute di un autore ci dicono molto sul suo metodo di lavoro, il paragone Burney – Austen mostra che anche i predecessori e quelli che quest’autore ha considerato maestri possono parlarci. Jane Austen deve aver mandato la Burney a memoria e ha sicuramente iniziato a scrivere con Evelina, Cecilia e Camilla in mente. Tuttavia è stata capace di lavorare questi modelli con le sue dita svelte e di trasfigurarli, ottenendo una perfezione formale che la Burney non ha mai visto nemmeno da lontano e una complessità di temi che in romanzi come Camilla è solo accennata. I grandi romanzieri fanno così.

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Coelebs in search of a wife di Hannah More

Un’attività utile per capire meglio Jane Austen e quello che scrive, o magari per vedere da dove trae ispirazione e soprattutto in che cosa trasforma i suoi spunti originari, potrebbe essere quella di leggere quello che leggeva lei. Forte di questa convinzione, presto trasformata in ferreo proposito, un paio di settimane fa mi sono procurata e ho iniziato a leggere Coelebs in search of a wife, romanzo e riflessione sulla felicità coniugale di certa Hannah More.

NPG 412; Hannah More by Henry William Pickersgill

Dietro questa gentile nonnina si nasconde quel mostro moralizzatore chiamato Hannah More

Hannah More, ci dice Wikipedia, fu poetessa, autrice drammatica, formidabile filantropa, fervente evangelica e diligente compilatrice di conduct book e moral tale. L’avventura del giovane Coelebs, che dopo la morte dei genitori prende a battere l’Inghilterra in cerca di una compagna che corrisponda ai suoi standard di virtù femminile, rientra proprio in quest’ultima categoria.

Had not an author better be tedious than superficial?

(Coelebs in search of a wife, cap. 21)

Dicevo che nel volgere di pochi mesi lo sventurato Coelebs si ritrova orfano di entrambi i genitori e solo soletto in una residenza di campagna. Avendo raggiunto l’età giusta per prendere moglie, decide di guardarsi intorno. Ma che non si dica in giro che Mr. Coelebs sia uno che si accontenta: il suo concetto di felicità coniugale, programmaticamente sventagliato nel primo capitolo, ‘does not include one idea of drudgery or servility‘ (questo lo vedremo) ma implica, da parte della signora si capisce, ‘ a large and comprehensive scheme of excellence‘, in assenza del quale una donna dev’essere giudicata priva di ‘the most appropriate branch of female knowledge‘ e in definitiva incapace di ‘excite esteem‘, per la sventura del suo ‘ill-starred partner‘ che non riceverà dalla sua compagna ‘neither credit nor comfort‘. Se non fosse lui stesso a volare alto, avrebbe comunque dalla sua parte le auguste indicazioni materne:

“I am so firmly persuaded, Charles,” would she kindly say, “of the justness of your taste, and the rectitude of your principles, that I am not much afraid of your being misled by the captivating exterior of any woman who is greatly deficient either in sense or conduct; but remember, my son, that there are many women against whose characters there lies nothing very objectionable, who are yet little calculated to taste or to communicate rational happiness.

Do not indulge romantic ideas, of superhuman excellence. Remember that the fairest creature is a fallen creature. Yet let not your standard be low. If it be absurd to expect perfection, it is not unreasonable to expect consistency. Do not suffer yourself to be caught by a shining quality, till you know it is not counteracted by the opposite defect. Be not taken in by strictness in one point, till you are assured there is no laxity in others. In character, as in architecture, proportion is beauty.

The education of the present race of females is not very favorable to domestic happiness. For my own part I call education, not that which smothers a woman with accomplishments, but that which tends to consolidate a firm and regular system of character; that which tends to form a friend, a companion, and a wife. I call education not that which is made up of the shreds and patches of useless arts, but that which inculcates principles, polishes taste, regulates temper, cultivates reason, subdues the passions, directs the feelings, habituates to reflection, trains to self-denial, and, more especially, that which refers all actions, feelings, sentiments, tastes, and passions, to the love and fear of God.”

(Coelebs in search of a wife, cap. 2)

Appare dunque chiarissimo che, a dispetto dell’ammonimento chissà quanto sincero a non tendere alla perfezione, se Coelebs non vuole offendere e infangare la memoria dei suoi genitori non potrà prendere in moglie niente di meno che un angelo del coro divino. E così, sepolta anche la madre, si allontana da casa alla ricerca della fanciulla straordinaria che possa catturare il suo cuore a furia di abnegazione, dolcezza, istruzione che non sia troppa, modestia che non sia affettata, senso del decoro e religiosità regolarmente messa in pratica.

Per prima cosa Coelebs si dirige a Londra e qui ha modo di sperimentare gli orrori della metropoli. La rustica quiete che ha imparato ad apprezzare a casa sua è sostituita dal fracasso e dal turbinare di visite ed eventi, le ragazze sono sfrontate, tutti sono superficiali e alle feste la conversazione leggera sembra essere preferita ai discorsi sui massimi sistemi. La mannaia dalla censura di Coelebs non fa prigionieri: tutti quelli in cui s’imbatte incorrono nella sua severa disapprovazione, vuoi per una mancanza di princìpi, vuoi per una sovrabbondanza di princìpi, vuoi perché ostentano un amore per Dio che non provano o perché al contrario si vergognano di andare in chiesta. La giusta misura, a quanto sembra, la conosce solo Coelebs, che già a questo punto (non siamo neppure a un quarto del libro) ci sta già un po’ antipatico.

In ogni caso, il soggiorno a Londra si risolve in un nulla di fatto; non solo perché nessuna delle fanciulle conosciute nella capitale sembra essere degna di aspirare alla mano del nostro protagonista ma anche perché Coelebs ha promesso a suo padre che prima di impegnarsi con chicchessia farà visita a un vecchio amico di famiglia. L’eccellente Mr. Stanley, di cui conosciamo solo virtù celestiali, ha preso la saggia decisione di stare lontano da quel ricettacolo di peccati chi è Londra e infatti vive in campagna insieme alla moglie e a un nugolo di figliole, la maggiore delle quali deve ancora compiere diciannove anni. La ricerca è già bell’e risolta: anche il più stolido dei lettori capisce immediatamente che Hannah More ha deciso di accoppiare la piuccheperfetta Miss Stanley con il piuccheperfetto Coelebs, per cui il libro potrebbe anche essere concluso in pochi capitoli.

Nossignore.

L’arrivo di Coelebs dagli Stanley inaugura un valzer di sermoni da cui si fa fatica a uscire dritti sulle proprie gambe a meno che non si pratichi la lettura diagonale. Se avevamo pensato che Coelebs fosse un ‘monster of complacency and pride‘, per rubare a Kingsley Amis la sua celeberrima definizione di Fanny Price, era solo perché non avevamo fatto i conti con lo Stanley — un Coelebs al cubo, reso ancora più sicuro di sé e del proprio dogmatismo dall’età e dall’evidente ruolo di guida spirituale che tutto il vicinato, prete compreso, sembra avergli conferito. Grazie alle conversazioni con il vecchio amico di suo padre, nonché osservando l’esemplare armonia che sembra regnare nella casa in cui si trova ospite, Coelebs imparerà quel poco che ancora non sa sul perfetto ménage familiare e sulle caratteristiche da ricercare in una potenziale compagna di vita, fino a rendersi conto che Lucilla Stanley incarna tutti i suoi desideri. Nel frattempo ci sono molte altre cose di cui disquisire sotto la brillante e infallibile guida del padrone di casa: la giusta misura della carità cristiana, come decidere quali parti di un romanzo siano adatte ai ragazzini e alle ragazzine, i doveri di un curato di campagna (e qui vediamo lo stesso curato cedere il passo alla maggior conoscenza dello Stanley), il miglior modo di affrontare un lutto — e ovviamente l’educazione delle donne.

L’idea di donna della More è forse troppo lontana da noi e dalle nostre lotte per poter essere compresa e contestualizzata senza rabbia, ma la rabbia è la prima e la più naturale delle reazioni nel vedere proprio una donna così impegnata nella difesa del patriarcato.

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Hannah More non voleva sentir parlare di martelli

Le signorine Stanley, che in questo romanzo sono l’esempio della rara e fortunata combinazione di eccellente educazione e dolcezza d’indole, non parlano quasi mai. Sappiamo che amano la botanica, sappiamo che libri leggono e quante volte vanno in chiesa, sappiamo che una di loro ha rifiutato un altrimenti desiderabilissimo pretendente perché nutriva dei dubbi sulla sua rettitudine (ci ricorda qualcosa?), ma sono sempre informazioni di seconda mano che ci raggiungono per bocca dei genitori, del prete o del vicinato. Le ragazze stesse, poco più che figurine monodimensionali, non sembrano godere del diritto di presentarsi al lettore senza il filtro e l’intermediazione di una figura adulta. E questo è solo il primo e più evidente filtro che si frappone tra noi e loro: tutto ciò che conoscono è stato calato loro dall’alto, dopo essere stato opportunamente rimaneggiato. Il padre legge per loro, la madre le accompagna nella preghiera, tutti e due insieme dirigono i loro giudizi e le loro opinioni. Queste ragazze non sembrano aver assaporato nulla per conoscenza diretta.

Non solo l’istruzione ma anche il carattere delle signorine Stanley vengono forgiati in questo modo. La parola d’ordine, ripetuta più volte nel corso del romanzo, è self-denial. Le ragazze, che un giorno saranno mogli e madri, imparano sin da piccine l’arte di dimenticarsi di se stesse e di arretrare di fronte alle pretese del padre, del marito, della famiglia — dell’autorità. Se sono esuberanti verranno presto ricondotte a una più sobria riservatezza (‘Sir John Belfield decladed, that […] unless the wildness of a wit was tamed like the wildness of other animals, by domestic habits, he himself would not choose to venture on one‘, cap. 35), se volano troppo con la fantasia saranno quanto prima riportate coi piedi per terra (‘“Imagination” replied Mr. Stanley, “well directed, is the charm of life; […] but allow me to say, that where a woman abandons herself to the dominion of this vagran faculty it may lead to something worse than a disorderly table”‘, cap. 35; e questo in risposta all’unica signorina, che ovviamente non è una Stanley, che si azzardi a obiettare che irregimentare la fantasia equivale a mortificare la dignità e l’intelletto, oltre che ad appiattire le inclinazioni personali in quell’esatto conformismo che tutti questi uomini dichiarano di rifuggire in una donna). L’obiettivo è distruggere il sé di queste donne: non basta che si trasformino in proiezioni ambulanti dei desideri maschili, devono anche volerlo.

Dopo trenta e passa capitoli di mortificazione femminile, non stupisce che a Lucilla Stanley non sia concesso il diritto di parola neppure per accettare la proposta di matrimonio di Coelebs (dirà tutto con lo sguardo) né stupisce che siano padre e fidanzato insieme a stabilire quando dovrà sposarsi. Il fondo viene toccato quando scopriamo che Coelebs e Lucilla erano destinati l’uno all’altra da quando erano piccoli per desiderio dei rispettivi padri, e che sono stati deliberatamente cresciuti secondo gli stessi precetti e incoraggiando gli stessi gusti (sempre che di gusti si possa parlare, in casi simili) affinché, conoscendosi, potessero piacersi. Messo di fronte a cotanta rivelazione, Coelebs è deliziato dove noi ci sentiremmo umiliati e oltraggiati. Per noi è quasi distopia, per lui è un ulteriore motivo per condurre la sua Lucilla all’altare.

E ora la domanda fatale: che c’entra tutto questo con Jane Austen? C’entra e nemmeno tanto di striscio. Se pensiamo alla donna di Hannah More non può che venirci in mente Fanny Price, così religiosa, così insicura ed educata a rinunciare sempre a se stessa e a essere sempre ‘the lowest and the last‘ (Mansfield Park, cap. 23). Ma anche se pensiamo all’uomo di Hannah More, con la morale sempre in tasca, ci viene in mente Fanny Price costantemente impegnata a giudicare in silenzio. Secondo Beatrice Battaglia, autrice di un libro su Jane Austen di cui non smetterò mai di tessere le lodi, Fanny è sì la discendente delle eroine del conduct book, ma è una discendente problematica e gonfia di dolore. Laddove quelle hanno imparato a conformare tutte se stesse con i diktat dell’autorità, Fanny a un certo punto avverte (ma non sa bene come affrontare) lo scollamento tra la sua voce interiore, che la spinge verso la self-assertion, e la coscienza di dover obbedire alla voce dell’autorità, che la schiaccia in un’innaturale self-denial. Questo conflitto fa di Fanny un personaggio più umano e rotondo delle signorine Stanley e allo stesso tempo mette in luce le storture dei metodi educativi propagandati da Hannah More.

Anche senza sposare le teorie di Beatrice Battaglia, la lettura di Coelebs in search of a wife può aiutarci a collocare Fanny Price nella letteratura del suo tempo e a contestualizzare meglio i suoi pensieri e le sue scelte. Sempre, s’intende, che non stramazziamo al suolo durante uno degli interminabili predicozzi di Mr. Stanley.

Prequel, sequel, spin-off: le perpetue riscritture di Jane Austen

Sarebbe difficile spiegare perché, ma l’amore che si porta per Jane Austen spesso non ha nulla a che vedere con ciò che si prova per gli altri scrittori, anche i nostri preferiti: ci sono un’esclusività, un’instancabilità, una passione per il più piccolo e remoto particolare della vita e delle opere, una voglia di immergersi nel mondo che ha creato e raccontato, che non mi risultano nei fanatici di Flaubert o nei maniaci di Dostoevskij. Non ho notizia di appuntamenti danzanti che cerchino di ricreare la magia del primo ballo tra il principe Andrej e Natasha Rostova, non credo che nessuno si vesta più da moschettiere, il cinema e la televisione non hanno mai saccheggiato la pur sconfinata produzione di Balzac come hanno fatto con le sei opere di Jane Austen. Con lei, semplicemente, è diverso.

L’unicità della posizione di Jane Austen è ben rappresentata dalla fame che divora quasi tutti i suoi lettori: avere di più, dove più assume significati sempre nuovi. Più vita dei coniugi Darcy, Knightley, Wentworth da seguire. Più angolazioni da cui osservare le storie ormai mandate a memoria, come tanti fasci di luce che illuminino ciò che Jane Austen ha lasciato in ombra. Più matrimoni, mai scritti e nondimeno assai desiderati, tra quei pochi personaggi che la sua penna implacabile ha condannato al celibato («Come sarebbe a dire che il colonnello Fitzwilliam rimane da solo?»). Più declinazioni delle stesse vicende («Ma se Emma fosse un’adolescente contemporanea?», «E se Elizabeth avesse un vlog su YouTube?»), talvolta con variabili impazzite («E se a Longbourn arrivassero gli zombie? E se Mr. Darcy fosse un vampiro?»). L’importante è non smettere di pensarci, ricamarci sopra, allargare e tirare quelle poche storie giorno dopo giorno, per non farle mai finire.

Clueless

Clueless (1995)

E così, si lavora alacremente — al cinema, alla BBC, sui forum e soprattutto, incredibilmente, ancora su carta. Le riscritture di Jane Austen sono un fenomeno così ampio che è ormai possibile individuare dei filoni, inizialmente esili ma che vanno irrobustendosi col trascorrere del tempo. Proviamo a passarli in rassegna.

Come vissero felici e contenti. I romanzi di questo tipo rispondono all’angoscia che tutti cominciano a provare, quando mancano venti o trenta pagine alla fine, alla prospettiva di dover abbandonare personaggi ormai amatissimi. Come sopravvivere senza l’arguzia di Elizabeth Bennet? Come abituarsi al silenzio finora riempito dalla chiacchiericcio instancabile di Miss Bates? Impossibile. E così ecco le cronache dei primi mesi di matrimonio, della nascita dei figli o dell’accasamento di chi è rimasto spaiato. Può anche capitare che si esca un tantino del seminato, come per esempio accade nei romanzi di Carrie Bebris: i suoi Darcy sono spesso protagonisti, in qualità di investigatori, di delitti e misteri da risolvere.

Un altro punto di vista. La curiosità del lettore non si limita a valicare il limite dell’ultimo punto fermo del romanzo: molto più spesso rimane chiusa dentro lo spazio della storia raccontata e vuole riempire i buchi. Ha bisogno di sapere, per esempio, quali emozioni agitano il cuore del capitano Wentworth quando incontra per la prima volta Anne dopo tanti anni (dei sentimenti di lei, in fondo, è informato nel dettaglio). Conosce a menadito tempi e modi dell’abbattimento dei pregiudizi che hanno offuscato la pur lucida Elizabeth Bennet, ma fa più fatica a immaginare la lotta di Mr. Darcy con il proprio orgoglio. O magari riesce a immaginare tutto, ma vuole anche vederlo scritto o forse soltanto sapere come se lo figura qualcun altro. Quando si tratta di colmare queste lacune, la campionessa in carica è Amanda Grange, autrice di una fortunata serie di diari che ci mostrano il negativo dei romanzi di Jane Austen spostando il punto di vista dall’eroina all’eroe. Mr. Darcy, Mr. Knightley, Mr. Bertram, Mr. Tilney, il colonnello Brandon e financo il malvagio Wickham si trasformano, nelle sue pagine, in infaticabili diaristi. E questa è solo la punta dell’iceberg: cinque minuti su Amazon saranno sufficienti per trovare almeno dieci riscritture di Orgoglio e Pregiudizio dal punto di vista di Mr. Darcy.

Una pista poco battuta. Jane Austen caratterizza tutti i suoi personaggi, anche quelli di contorno, con una tale grazia che non è affatto difficile incapricciarsi di uno di loro e rammaricarsi del poco spazio di cui gode nel romanzo (a me, per esempio, dispiace molto per la cattiva sorte di Mary Crawford e l’avrei voluta felice): niente paura, anche in questo caso è disponibile una pila di derivazioni. Uno degli esempi più noti è L’indipendenza della signorina Bennet di Colleen McCullough, che segue le peripezie della bistrattata Mary Bennet allorché, alla morte della sua augusta genitrice, si ritrova finalmente libera di seguire la propria strada.

Cambio di scenario. Questo è un pallino dei sostenitori dell’attualità dei personaggi e delle situazioni sociali sbeffeggiati da Jane Austen, nonché il filone secondo me meglio riuscito. Il procedimento è semplice: si prende la storia, si spostano le lancette di un paio di secoli o le location di qualche longitudine, si apportano i necessari cambiamenti nel linguaggio e nello stile di vita et voilà, la riscrittura è pronta. Il cinema gioca volentieri a questo gioco (due titoli al volo: Clueless, film del 1995 ispirato a Emma e ambientato in una high school di Beverly Hills, e Matrimoni e pregiudizi, che vede Mr. Darcy alle prese con una Lizzy… indiana), ma la riscrittura più nota rimane Il diario di Bridget Jones.

Paranormal activity. Esaurite le possibilità del verosimile, si comincia a gigioneggiare. Vampiri, zombie, mostri marini e creature orripilanti di ogni sorta invadono i piccoli villaggi di campagna in cui le eroine di Jane Austen credono — oh, illuse! — di essere al sicuro.

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Ragione, sentimento e una piovra in uniforme

Questa breve panoramica non ha alcuna pretesa di esaustività. Tuttavia credo sia bene avere un quadro, quantunque impreciso, del profluvio di volumi scaturiti da Jane Austen perché mi preme mettere in chiaro che di tutto questo, nel mio blog, non si parlerà mai e poi mai, e non se ne parlerà per così tante ragioni che mi mancano le parole per elencarle tutte.

Innanzitutto, la lettura di una manciata di questi romanzi (ho frequentato sia la Bebris che la Grange, per non parlare di quella volta che mi è capitato sotto le mani l’atroce Orgasmo e pregiudizio — sì, c’è anche un filone pornografico che ho preferito tralasciare) permette subito di capire di che cosa si tratta: sfruttamento scriteriato di una vena aurifera. Quasi nessuno leggerebbe un romanzo in cui un’armata di zombie flagella un villaggio inglese del primo Ottocento, ma è sufficiente che questo villaggio si chiami Longbourn e che la cacciatrice di zombie sia una certa Elizabeth Bennet perché il romanzo venga venduto, letto e forse anche portato sul grande schermo. La strumentalizzazione del nome di Jane Austen a scopo di lucro è quanto di più lontano esista da un atto d’amore e di rispetto nei suoi confronti; al contrario, è una truffa volgare e noi dovremmo infuriarci come Zeus s’infuriò con Prometeo ogni volta che il grasso del mondo austeniano viene usato per lucidare le ossa di intrecci narrativi poveri, banali, scarsi, senza ciccia.

In secondo luogo, le pagine di Jane Austen sono tanto luminose, e le sue imitatrici così inadeguate, che ogni tentativo di replicare la magia diviene quasi grottesco. Nell’articolo definitivo sugli spin-off, che consiglio di leggere per intero, l’affanno di queste povere inseguitrici è più che mai chiaro:

Mr Bennet, too – all attempts to reproduce his sardonic voice and lancet-like humour just do not work for me. Here’s a less than sparkling sally from my nameless sequel, when Jane gives birth to a female junior Bingley: ‘… my dear Mrs Bennet … you will prove a sore perplexity to the neighbours: there are few who will believe it possible for one so handsome as yourself to be the recipient of another generation of offspring. How they shall wonder at it! Mrs Bennet a grandmother, they will exclaim, why, that cannot be!’ Now, how on earth can this wittering be thought worthy of the character who once exclaimed ‘O that he had sprained his ankle in the first dance!’ and who generally complimented his wife in these terms: ‘You mistake me, my dear. I have a high respect for your nerves. They are my old friends. I have heard you mention them with consideration these twenty years at least.’ Far more Miss Bates than Mr Bennet. I rest my case.

(Improving on Jane Austen. A Janeite asks: Why? Just… Why?)

Infine, questo blog incoraggia la lettura attiva e critica (non solo di Jane Austen) e considera gli atti immaginativi e interpretativi scaturiti da una pagina ricca di sottintesi e doppi sensi uno dei più grandi piaceri che la parola scritta sia in grado di donare. Perché mai dovrebbe essere Amanda Grange a spiegarmi cosa prova Mr. Knightley a Box Hill? Non è forse abbastanza chiaro? E come posso conciliarmi con l’inclinazione dei coniugi Darcy a fingersi Sherlock Holmes, quando in Orgoglio e pregiudizio si mostrano entrambi così ansiosi di ritirarsi in ‘all the comfort and elegance of their family party at Pemberley’ (cap. 60)?

Escludere deliberatamente il mondo delle riscritture potrebbe, a prima vista, lasciarmi tragicamente a corto di argomenti. La sfida invece è proprio questa: su Jane Austen, la sua Inghilterra e i suoi romanzi è stato scritto così tanto, e con tale competenza, che io so che si può parlare di lei all’infinito — e senza che si presenti mai la necessità di prestare attenzione a Catherine Morland e il mostro di Loch Ness (questo giuro che me lo sono inventato).