Aggregatore #10 [16-22 giugno]

Jane Austen’s Collection of Critical Feedback From Her (Sometimes Harsh) Friends and Family

Le reazioni degli amici e dei parenti di Jane Austen a Mansfield Park, raccolte da lei stessa. Proprio come oggi, la spaccatura è netta: c’è chi adora Fanny e chi la odia, chi si lascia conquistare dai Crawford e chi li guarda con diffidenza, alcuni si avventurano a criticare l’innaturalezza di alcune situazioni (la passione di Edmund per una donna che gli è moralmente distante, per esempio), altri ne lodano il messaggio edificante.

Recensione: “Jane Austen: i luoghi e gli amici” di Mary Constance Hill

Jane Austen: i luoghi e gli amici è uscito qualche tempo fa per la Jo March e racconta l’avventura di due sorelle, Mary Constance Hill ed Ellen Hill, che in preda a un amore smodato per Jane Austen decisero di visitare tutti i luoghi in cui aveva vissuto. Mary descrive, Ellen disegna, e intanto parlano della vita della loro autrice preferita e dei suoi romanzi. Questo blog recensisce il libro e correda il tutto con immagini accattivanti.

“Consequences of Lust”

Un parallelo tra Lydia Bennet e Maria Bertram, le due donne perdute di Jane Austen. Si argomenta a lungo su chi delle due l’abbia combinata più grossa ma quel ch’è importante è che si giunge a una domanda molto importante: per quale ragione una resta tutto sommato a galla e l’altra viene bandita dal regno? Una risposta grezza potrebbe essere: perché, al contrario di Elizabeth, Fanny è un’eroina che identifichiamo con il suo set di valori. Salvare Maria significa sgattaiolare fuori dalla logica bianco-o-nero di Fanny, ammettere l’esistenza di zone grigie e quindi avanzare l’ipotesi che il giudizio dell’eroina sia non dico fallace ma troppo duro. Tutto questo non è possibile, perciò Maria deve essere punita. Vale la pena osservare anche che, nella realtà, raramente uno scandalo del genere si concludeva con il matrimonio e con i due colpevoli riammessi in famiglia. Più spesso i due venivano separati e la vita di lei era finita (Effi Briest è del 1894, quasi un secolo dopo…). In questo senso, l’eccezione è Orgoglio e pregiudizio, non Mansfield Park.

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I coniugi Wickham in Orgoglio e pregiudizio 1995.

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Camilla di Fanny Burney

There seems almost a general wish of decrying the capacity and undervaluing the labour of the novelist, and of slighting the performances which have only genius, wit, and taste to recommend them. “I am no novel–reader — I seldom look into novels — Do not imagine that I often read novels — It is really very well for a novel.” Such is the common cant. “And what are you reading, Miss — ?” “Oh! It is only a novel!” replies the young lady, while she lays down her book with affected indifference, or momentary shame. “It is only Cecilia, or Camilla, or Belinda”; or, in short, only some work in which the greatest powers of the mind are displayed, in which the most thorough knowledge of human nature, the happiest delineation of its varieties, the liveliest effusions of wit and humour, are conveyed to the world in the best–chosen language.

(Northanger Abbey, cap. 5)

Se vogliamo parlare dei romanzi che circolavano all’epoca di Jane Austen, per nessuna ragione possiamo tralasciare Fanny Burney — quasi unanimemente citata come sua maggiore fonte di ispirazione. Dell’amore che Jane Austen le portava abbiamo le prove concrete in un simpatico aneddoto raccontato nel blog “Un tè con Jane Austen”: quando, già forte del successo di Evelina e Cecilia, la Burney decise di autofinanziare la propria carriera di scrittrice indicendo una sottoscrizione, la Austen non si sottrasse e le inviò mezza guinea. Al termine della raccolta la Burney aveva in mano oltre mille sterline, e le utilizzò per pubblicare Camilla, or a Picture of Youth.

La trama del romanzo è più facilmente riassumibile di quanto la voluminosità del tomo lasci presupporre: tutto ruota intorno alla famiglia Tyrold, composta da due eccellenti genitori, tre figlie (Lavinia, Camilla e Eugenia) e un figlio (Lionel). L’azione si mette in moto quando Sir Hugh, il fratello scapolo di Mr. Tyrold, decide di riavvicinarsi alla famiglia dopo un periodo di lontananza e si trasferisce nei paraggi insieme alla nipote Indiana e alla governante di lei. In questi primi capitoli vengono messe sul tavolo circostanze piuttosto importanti per gli eventi futuri e ci viene permesso di conoscere i personaggi: Sir Hugh, bonario e di scarsa cultura, ha la passione di combinare matrimoni tra i giovani della casa e quelli del vicinato; i Tyrold cercano di frenarlo quanto possono e di evitare che coinvolga i loro figli nei suoi progetti; Camilla è una ragazzina amorevole, spontanea e piena di buonumore; Eugenia una bimba giudiziosa e favorevolmente disposta all’apprendimento (per avvenimenti che lascio a voi scoprire, le viene impartita un’istruzione ben più maschile che femminile); Lionel uno scavezzacollo sconsiderato; Indiana è bellissima ma molto egocentrica e quasi altrettanto sciocca; Miss Margland, la sua istitutrice, una perfida intrigante. Facciamo inoltre la conoscenza del giovane Edgar Mandelbert, un orfano affidato alla custodia di Mr. Tyrold, e veniamo a sapere che Sir Hugh ha in mente di accoppiarlo con Indiana. Vediamo infine che Sir Hugh decide di fare di Eugenia la sola erede delle sue fortune.

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Fanny Burney (1752 – 1840)

Passati alcuni anni, le ragazze entrano in società sotto la guida di Miss Margland e l’occhio vigile di Edgar e allargano il proprio giro di amicizie. Vengono sottoposte alle attenzioni di molti pretendenti, alcuni graditi e altri piuttosto spiacevoli, e ognuna reagisce secondo il proprio carattere: Camilla è troppo timorosa di ferire i sentimenti altrui per rimettere un uomo al suo posto e per questo spesso si lascia trascinare (e, poverina, sorprendere) in situazioni poco appropriate; Eugenia, innocente e di grande rettitudine, non riesce non dico a scovare, ma neppure a supporre che possa esserci una qualche duplicità nel corteggiamento di un uomo, e così non individua mai i cacciatori di dote che inevitabilmente le ronzano attorno; Indiana, mai stanca di essere adulata, riceve con gioia ogni attenzione pur essendo già sicura dell’affetto di Edgar.

In verità, invece, Edgar prova una crescente attrazione per Camilla. Lei lo ricambia con ardore, ma ci sono molti ostacoli alla loro unione. Il primo è Indiana: da una parte per il senso di decoro di Camilla, che mai sottrarrebbe il fidanzato alla cugina, dall’altra per le macchinazioni della malefica Miss Margland, che s’impegna a mettere i due giovani l’uno contro l’altra alimentando incomprensioni via via più gravi. In secondo luogo, Camilla non è abbastanza ferma nel respingere i suoi numerosi pretendenti e la sua arrendevolezza, scambiata per spudorata civetteria, alimenta la gelosia di Edgar. Inoltre, Edgar è pesantemente influenzato dal Dottor Marchmont, suo tutore e confidente. Questi, misogino e diffidente di natura, lo indottrina sulla fallace natura femminile e lo spinge a dubitare di Camilla commentando in modo parziale i comportamenti di lei. Obiezione: ma se lui fosse davvero innamorato, non cercherebbe di chiarire i suoi dubbi chiedendo spiegazioni direttamente a Camilla, anziché rivolgersi a un vecchio signore che poco può sapere del cuore femminile? E qui arriviamo al più grande e quasi insuperabile ostacolo che divide la giovane coppia: loro stessi. Man mano che intrighi e circostanze si mettono al lavoro per allontanarli, infatti, questi due non si parlano mai. Lui, lo sappiamo, non si sbilancia finché il suo tutore non avrà deliberato che Camilla è degna di essere sposata. Lei, invece, riceve lezioni di delicatezza femminile dal padre, che le suggerisce di non lasciar trapelare la propria delusione di fronte a un uomo che non sembra ricambiare i suoi sentimenti. Più lui è diffidente più lei fa la sostenuta e viceversa: è evidente che se continuano così questo cane si morderà la coda all’infinito. E quel che è peggio è che Camilla, forse un po’ troppo immatura per andare in giro senza una guida affidabile nonché confusa e addolorata dal will they/won’t they con Edgar, infila un errore dietro l’altro, in gravità crescente, e dovrà deludere tutti quelli che ama e soffrire parecchio lei stessa prima di approdare alla felicità.

Nel mentre, accade di tutto. Sotto i nostri occhi rapiti sfila una parata variopinta: abbiamo la vedova allegra e cinica che sbuffa di fronte agli innamoramenti altrui, il baronetto annoiato che piano piano si lascia conquistare dai modi aperti e per nulla artificiosi di Camilla (Sir Sedley Clarendel, l’unico uomo di questa storia in grado di rubare il cuore a qualche lettrice), l’adolescente che viene costretta a sposare un vecchio trombone e si rifugia in sogni romantici e in amicizie sconvenienti, uno squallido e pericoloso cacciatore di dote, signore alla moda che cercano di radunare intorno a sé il capannello di ammiratori più folto. Tutti questi bei tipi interagiscono coi personaggi principali e assieme a loro spingono in avanti l’azione, causando rapimenti e disastri finanziari, pistolettate fatali e fughe d’amore, fino all’inevitabile lieto fine infarcito di fratture familiari ricomposte tra le lacrime e matrimoni a pioggia.

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Come ogni eroina che si rispetti, anche Camilla si ammala e rischia di stenderci le gambe: qui il momento del risveglio, illustrato da Henry Singleton

I motivi per cui Fanny Burney è considerata la madrina di Jane Austen sono già saltati all’occhio ma proviamo a fare il punto sulle somiglianze tra le due.

  • Entrambe si occupano di giovani donne che devono capire qual è l’uomo giusto e assicurarselo. All’eroina (e pure all’eroe) vengono sottoposti diversi potenziali partner, che lei dovrà imparare a vagliare e confrontare con la propria aspettativa matrimoniale. Questo percorso è utile alle due autrici per mostrare i rapporti di forza tra la donna e la società.
  • La strada che conduce al matrimonio è tortuosa e irta di difficoltà e comprende: il rischio sventato che uno o l’altra o entrambi sposino qualcun altro, gelosie, incomprensioni, figure di adulti che s’immischiano, in buona fede oppure no, per prevenire l’unione. Il romanzo consiste precisamente nella formazione e nello scioglimento felice di questi nodi.
  • Il registro ironico prevale. Se Jane Austen dà lezioni di satira sociale, Fanny Burney non è da meno. Ha individuato, catalogato e trovato la ridicolaggine di tutti i tipi che era evidentemente possibile incontrare a un qualunque ritrovo mondano, e non sembra avere paura di mostrarceli nella loro piccolezza, nel loro incessante affannarsi per conquiste di nessun valore (come, appunto, la cerchia più nutrita di ammiratori a un ballo), nelle loro incoerenze e incongruenze.
  • I personaggi si raccontano con le loro stesse parole. Non è sciocco asserire che la costruzione del fool austeniano discende dritta dritta dalla Burney. Un esempio: uno dei maggiori crucci di Sir Hugh è quello di non essere istruito. Ansioso com’è di porvi rimedio, assume persino un tutore e per un po’ s’impegna nello studio del latino, che poi abbandona in mancanza di risultati soddisfacenti. Nei suoi discorsi il senso d’inferiorità dell’uomo poco istruito affiora costantemente: se ne scusa quando non ce ne sarebbe bisogno, decide di far sposare Eugenia a un suo nipote perché entrambi hanno studiato il latino (e questa gli sembra un’affinità più che sufficiente!), si sottomette alle intemperanze del suo maleducatissimo tutore affermando che chi pensa alle lingue morte poco può curarsi della buona creanza. Di fatto, porta il discorso sempre da quelle parti. Se prendiamo un qualsiasi personaggio comico di Jane Austen, nella maggior parte dei casi vediamo che si comporta allo stesso modo: Mrs. Bennet dirige sempre la conversazione sulle sue figlie e su come sposarle al più presto, Mr. Woodhouse ha a cuore solo la salute (sua, della sua famiglia, di tutta Highbury), Sir Walter Elliot, quando ha passato in rassegna l’avvenenza di chi ha davanti, ha pressoché esaurito gli argomenti. Le piccole manie, ossessioni o idiosincrasie sono esplicitate sempre e soltanto attraverso il dialogo (tra poco ci ritorno).

Ma se queste due si rassomigliano così tanto, perché una andrà a finire sulle banconote e l’altra è quasi caduta nel dimenticatoio? Semplice: perché Jane Austen è più brava. Quando comincia a scrivere sul serio, si è già liberata degli impacci e degli imbarazzi che rendono alcuni passaggi della Burney quasi indigeribili. Le trame di Fanny Burney sono spesso ridondanti e contengono episodi inutili tanto per lo sviluppo degli eventi quanto per quello dei personaggi, mentre Jane Austen preferisce sbrigarsi. Se decide di far commettere a Emma lo stesso errore per ben due volte, non è a caso: quando s’inganna su Mr. Elton ferisce solo Harriet, quando fraintende Frank Churchill si fa male lei. Emma persevera nella sua cecità, ma non lo capisce finché non ne subisce le dirette conseguenze: è per questo che entrambi gli episodi sono necessari. Lo stesso in Mansfield Park: per quanto Fanny possa sentirsi scoraggiata quando le viene chiesto di recitare, questo non è nulla in confronto a quello che dovrà patire quando le verrà chiesto di sposarsi contro la sua volontà. La prima prova è propedeutica alla seconda.

Sempre la capacità di sintesi spinge Jane Austen a tagliare quelli che in Fanny Burney sarebbero chilometri di dialoghi e a comprimerli in pochi paragrafi di discorso indiretto libero. Mentre la prima fa sproloquiare solo i sempliciotti, la seconda concede a tutti lo spazio di chiacchierare senza freni, à la Miss Bates, annegando le informazioni e i passaggi davvero importanti in un oceano di ciarle. Inutile nasconderlo: all’inizio si sorride, dopo un po’ il sorriso è tirato, verso metà del romanzo si comincia a sbuffare e alla fine non se ne può proprio più. Ho la sensazione che i testi teatrali della Burney (ne scrisse otto) potrebbero essere migliori dei suoi romanzi proprio per quest’incontrollata propensione a far dialogare i personaggi a briglia sciolta.

Se è vero, come sostiene Virginia Woolf, che le opere incompiute di un autore ci dicono molto sul suo metodo di lavoro, il paragone Burney – Austen mostra che anche i predecessori e quelli che quest’autore ha considerato maestri possono parlarci. Jane Austen deve aver mandato la Burney a memoria e ha sicuramente iniziato a scrivere con Evelina, Cecilia e Camilla in mente. Tuttavia è stata capace di lavorare questi modelli con le sue dita svelte e di trasfigurarli, ottenendo una perfezione formale che la Burney non ha mai visto nemmeno da lontano e una complessità di temi che in romanzi come Camilla è solo accennata. I grandi romanzieri fanno così.

Aggregatore #9 [9-15 giugno]

Jane Austen e l’onomastica

Se vi è piaciuto sentir parlare di Jane Austen and names di Maggie Lane, ecco l’integrazione perfetta: si parla ancora della predilezione di Jane Austen per alcuni nomi e del suo autentico piacere nel battezzare personaggi ma anche di indovinare il nome di qualcuno osservandone il carattere.

Discussion of Jane Austen’s “Sense and Sensibility”

Prima o poi sarà proprio il caso di parlare di questo romanzo come si deve e di cercare di stabilire se ci siano un happy ending, una vincitrice morale, una qualsivoglia soddisfazione per chi scrive e per chi legge. Questo post si pone proprio questo genere di domande, e infine conclude: ‘I’m not sure Miss Austen wanted us to feel like Elinor won the grand prize in the end for all of her sense‘. Che è un po’ il destino delle eroine austeniane che non sbagliano mai, cioè Elinor e Fanny (attenzione ad Anne: un errore lo commette, ma è collocato a debita distanza, prima che il romanzo inizi): alla fine sposano dei tizi un po’ noiosi, che non hanno lottato granché per averle ma ai quali piuttosto sono cadute nel grembo. Niente a che vedere con quello che devono patire Mr. Darcy o Mr. Knightley per assicurarsi la mano delle loro amate.

Anything but Sense or Sensibility in Austen’s Sense and Sensibility

Finito con Ragione e Sentimento? Nient’affatto. Anche qui le stesse perplessità: ma chi diavolo è l’eroina di questa storia? Per rispondere a questa domanda, è utile un po’ di familiarità con quella letteratura che mirava a educare intrattenendo e lo faceva presentando due giovani donne di carattere molto differente (spesso, come in Ragione e sentimento, una piuttosto impetuosa e l’altra più razionale), in modo che il contrasto illuminasse le lettrici sulla giusta condotta da tenere. Conoscere due o tre di quei romanzi ci mostra il procedere molto più ambiguo di Jane Austen, che ci lascia tutti tristi per l’epilogo della vicenda di Marianne e non abbastanza innamorati di Elinor per gioire del suo matrimonio. Se fosse rimasta nel solco, Elinor sarebbe splendente e sposerebbe un eroe come si deve, mentre Marianne sarebbe molto più antipatica e punita in modo ben peggiore. Secondo l’autrice di questo post, la difficoltà di distinguere l’eroina deriva dal fatto che ci viene fornito solo il punto di vista di Elinor quando è Marianne ad avere la vicenda amorosa più interessante, ma io credo che per quanto ficcante sia quest’osservazione l’eroina sia senza dubbio Elinor (per la tradizione di eroine simili a lei, perché le sue qualità sono presentate come migliori e anche perché il punto di vista è il suo), e che il punto sia piuttosto: perché più che con l’eroina Jane Austen ci spinge a solidarizzare con l’antieroina?

Scattering Seeds of Kindness

Non nascondo di essere deliziata dalla serie di post che questo blog sta dedicando al bicentenario di Mansfield Park. Questo mi piace particolarmente perché prende le difese di Mary Crawford, la prima persona che dà importanza a Fanny e la getta quindi nel vivo dell’interazione con gli altri personaggi (la getta, cioè, nel vivo del romanzo).

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Mary Crawford

In Search of a Good Hand

Ho trovato un bel blog che si occupa di un tema scottante: l’educazione delle signorine all’epoca di Jane Austen. Per il momento ci sono pochi post ma sono tutti ben fatti e di grande interesse. Quest’oggi si occupa di calligrafia.

Revealed: Jane Austen’s country life

Nello scorso aggregatore abbiamo segnalato questa novità editoriale. Per chi fosse interessato all’acquisto e alla lettura, ma non abbastanza da aver compiuto il grande passo, ecco una bella intervista all’autrice.

Professor Marilyn Butler – obituary

Una cattiva notizia di cui non ero a conoscenza: qualche mese fa è morta Marilyn Butler, autrice del più che fondamentale Jane Austen and the war of ideas. Il Telegraph, forse un po’ in ritardo, la ricorda e menziona anche il saggio su Jane Austen:

In her most celebrated book Jane Austen and the War of Ideas (1975), she argued that Austen’s novels are not apolitical studies of young women’s inner lives, but highly political, subtly reflecting in their dialogue and repeated themes the ideological battles of the early 19th century. This, which proved as accessible and lively to general readers as to academics, established her reputation.

Aggregatore #8 [2-8 giugno]

Pride and Prejudice 2005 – Movie Discussion

Questo è un commento molto interessante sull’ultimo film tratto da Orgoglio e pregiudizio: le scene più famose (il ballo in solitaria di Elizabeth e Mr. Darcy, Elizabeth allo specchio) vengono commentate con particolare attenzione ai movimenti di camera, alle inquadrature e alle scelte stilistiche del regista. Ho sempre pensato che Orgoglio e pregiudizio 2005 fosse un film molto infedele e molto mal recitato e ho pensato anche che i due protagonisti fossero stati barbaramente snaturati per meglio corrispondere a uno degli schemi cari alla rom-com, ma ora ho in animo di riguardarlo senza… pregiudizi.

Rediscovering Jane: A Comparison

Se si devono cercare le opere a cui Jane Austen si è ispirata, saltano alla mente soprattutto due o tre nomi: Edgeworth, West e Burney. In futuro ci occuperemo di tutte queste signore (sempre che riusciamo a trovare i loro libri: la West è scomparsa dai radar), intanto vi segnalo una recensione di Camilla che mette a fuoco uno dei maggiori difetti della Burney: la sua eccessiva verbosità. I suoi personaggi ciarlano senza sosta e lei non si preoccupa mai di inserire un discorso indiretto, un riassunto, qualcosa che acceleri il ritmo della scena. L’autrice di questo post se ne accorge e se ne infastidisce, elogiando invece la capacità di Jane Austen di tagliare e ricucire quando serve e anche quando uno non se lo aspetterebbe: per esempio, è sempre piuttosto frettolosa nelle dichiarazioni d’amore. Di Emma sappiamo che risponde all’ardore di Mr. Knightley dicendo quello ‘[j]ust what she ought, of course. A lady always does’ (Emma, cap. 49). Elizabeth è tanto eloquente e coraggiosa in occasione della prima proposta di Mr. Darcy quanto imbarazzata e confusa quando si tratta di dire sì: nel primo caso il dialogo tra i due viene dispiegato parola per parola, nel secondo la faccenda viene risolta con un vago discorso indiretto e i due protagonisti tornano a parlare in prima persona solo per mettere a nudo e confrontare i propri difetti e i propri errori. Se Jane Austen operi in questo modo con malizia è impossibile stabilirlo: sta di fatto che ottiene l’ottimo effetto di suggerire senza dire chiaramente e queste allusioni sono solo piccole spinte per il lettore che può immaginarsi i momenti topici dei romanzi in mille modi diversi, e magari identificarsi di più.

Mary Crawford and the Mansfield “cure”

Sempre sul blog di Sarah Emsley, che vi consiglio nuovamente di seguire, Katie Davis riflette sulla promessa di Mrs. Grant ai giovani Crawford: ‘Mansfield shall cure you both – and without any taking in. Stay with us and we will cure you‘ (Mansfield Park, cap. 5). I due, lo sappiamo, non hanno la benché minima intenzione di essere curati da alcunché. Nondimeno, ci vanno parecchio vicini, e quando la loro strada si separerà da quella dei Bertram tutto indica che ci metteranno un bel po’ a recuperare la loro spensieratezza. Se mai la recupereranno.

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Vi sembrano due che hanno bisogno di cure?

Novità: Jane Austen’s country life di Deirdre Le Faye (ed. Frances Lincoln)

Nuova uscita editoriale in arrivo, e di grande interesse (specialmente, sembra, per chi si diletta nell’esplorare la biografia di Jane Austen). La signora Le Faye, nome ben noto a chi bazzica gli Austen studies, torna in libreria per raccontarci il contesto rurale in cui Jane Austen è vissuta e che ha scelto come setting per i suoi romanzi. Ce ne parla il JASIT, sempre in prima linea quando c’è da diffondere questo genere di notizie succulente.

Aggregatore #7 [26 maggio – 1 giugno]

Jane Austen e la poesia

Un compendio preciso e puntuale sul rapporto tra Jane Austen e i suoi poeti preferiti, che sono citati qua e là nei suoi romanzi.

Sotheby’s vende all’asta il ritratto di Jane Austen

Dopo l’asta a sei zeri del manoscritto di The Watsons, continuano le vendite austeniane. Il prossimo dicembre sarà infatti la volta del famoso acquerello che la ritrae (e che non è altro che la versione ingentilita del ritratto di Cassandra): l’asta partirà presumibilmente da 150-200.000 sterline.

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Ritratto di Jane Austen a opera della sorella Cassandra

Why Jane Austen Rocks

Se siete qui non c’è bisogno di spiegarvelo, però il post è carino e invita tutti a sorvolare sull’aspetto romantico dei romanzi di Jane Austen per concentrarsi sulla sua ironia e sul suo irresistibile wit, doti che le hanno permesso di scovare e mettere a nudo meschinità, stupidità e ipocrisia senza cadere nella disperazione (più o meno l’approccio di Elizabeth Bennet). Certo l’assunto di base è che le lettere bruciate da Cassandra mostrassero la stessa tranquilla allegria che troviamo in quelle sopravvissute, ma anche lasciando da parte il dato biografico (ci interessa davvero sapere in che misura Jane Austen fosse felice?) l’appello mi trova d’accordo: l’amore è molto, ma sicuramente non tutto, nei suoi romanzi.