Whit Stillman, o del perché Lady Susan ci potrebbe interessare

Nell’inesausto ribollire di adattamenti cinematografici e televisivi delle opere di Jane Austen, era inevitabile che tornare e ritornare sui sei romanzi canonici dovesse prima o poi mostrare qualche stanchezza. Il 2016 ci porta dunque un’allegra novità sul grande schermo: Lady Susan. Non mi è ancora stato possibile vederlo, né del resto sembra essere programmata un’uscita in Italia, ma ne ho seguito il lancio, seppur con ben poca attenzione. Ormai da tempo, infatti, il cinema prende Jane Austen e ne mette in risalto un solo lato: quello romantico. Sospiri, sguardi languidi, lacrime in giardino, mani che si sfiorano, addirittura sale da ballo che si svuotano per lasciare da soli due che in quel momento dell’arco narrativo si detestano — ecco, tutto questo non manca mai. Mancano invece i secchi d’acido che Jane Austen rovescia senza pietà in testa ai suoi personaggi, mancano le battute al fulmicotone, manca quello che almeno dentro il perimetro di questo blog è considerato l’angolo più vivace, fertile e ricco di genio della produzione austeniana: il gusto per la commedia; e così è stato facile perdere interesse per gli adattamenti.

Lady Susan (2016)

Lady Susan (2016)

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in un’intervista a Whit Stillman, il regista di Lady Susan, e forse non l’avrei nemmeno aperta se non fosse stato per il titolo: “Jane Austen est une anti-romantique passionnée!”. Ci vuole del coraggio per osare una simile affermazione dopo le camicie bagnate (di cui pure qui si fonderebbe un fan club), le mani che si sfiorano e le dichiarazioni in lacrime: significa sfidare un canone che si sta consolidando e per quanto mi riguarda significa aver compreso Jane Austen come meglio non si potrebbe. Ecco il passaggio più felice dell’intervista (che merita comunque la lettura per intero):

N’y a-t-il pas un malentendu au sujet de Jane Austen, qui passe encore parfois pour une auteure sucrée et romantique ?
Tout à fait. Quand je vois ces sites de fans qui comparent Jane Austen à Georgette Heyer et Barbara Cartland, je m’étrangle. Je pense que beaucoup d’adaptations de ses livres, à la télévision comme au cinéma, ont alimenté cette réputation d’auteure romantique. Jane Austen est une anti-romantique passionnée ! S’il y a une chose qu’elle détestait, c’est bien le romantisme. Elle a d’ailleurs caricaturé le mouvement dans Sanditon [son dernier roman inachevé NDRL] à travers un personnage particulièrement idiot. Le comique traverse toute son œuvre, mais certains titres le sont moins que d’autres qui laissent place à des intrigues sentimentales. La plupart des adaptations maximisent la romance et minimisent la comédie. Dans Lady Susan, la proportion s’inverse et c’est un régal.

In cinque righe possiamo trovare almeno quattro concetti fondamentali:

  • Il cosiddetto Regency novel epitomizzato da Georgette Heyer e Barbara Cartland non ha nulla a che vedere con Jane Austen, di cui può essere considerato al massimo una caricatura: ne riprende l’ambientazione, prova a scimmiottarne i dialoghi e le situazioni, ma gli manca profondità ed è forse, aggiungo io, più simile ai lavori di Fanny Burney (di cui si è parlato qui);
  • Jane Austen non ha mai amato essere melensa: nei momenti cruciali in cui l’amore trionfa, quelli che nei film si risolvono in albe che esplodono o in pianti torrenziali, spesso taglia corto quando addirittura non mette tutto in ellissi (L’esempio più lampante è nell’ultimo capitolo di Mansfield ParkI purposely abstain from dates on this occasion, that every one may be at liberty to fix their own, aware that the cure of unconquerable passions, and the transfer of unchanging attachments, must vary much as to time in different people. I only entreat everybody to believe that exactly at the time when it was quite natural that it should be so, and not a week earlier, Edmund did cease to care about Miss Crawford, and became as anxious to marry Fanny as Fanny herself could desire. Arrivederci e grazie);
  • Ciò che davvero scorre potente nel corpus austeniano è le comique;
  • La maggior parte degli adattamenti recenti esalta il romance a discapito della commedia.

Ebbene, in Lady Susan Whit Stillman si propone di rovesciare la proporzione e di sospingere alla ribalta la vena comica del romanzo lasciando da parte gli aspetti romantici. Se è vero che l’opera che ha scelto di adattare facilita e quasi richiama una lettura del genere, è altrettanto vero che qualunque romanzo di Jane Austen ha materiale comico sufficiente da permettere un adattamento meno appiattito sui palpiti dello spettatore.

Non è dato sapere se nel film cotante lodevoli intenzioni saranno espresse così bene come in quest’intervista, ma se queste sono le premesse la curiosità di vedere Lady Susan non può che riaccendersi di colpo.

Aggregatore #13 [7-13 luglio]

The fatal mistake

Questa settimana il blog di Sarah Emsley si concentra su uno dei capitoli più belli di Mansfield Park: Henry e Maria davanti al cancello chiuso, lui che la tenta, lei che cade. Una prefigurazione perfetta degli eventi futuri. Lo indoviniamo senza sforzo perché dopo Jane Austen ma prima di noi è passato Freud, ma la scena sarebbe emblematica e prolettica anche se non conoscessimo la psicanalisi. Infatti, è Maria stessa a suggerire una doppia interpretazione delle belle parole di Henry, e si dimostra la meno smaliziata dei due quando gli domanda se stia parlando in senso letterale o figurato. Lui, significativamente, non risponde e la lascia continuare a chiacchierare. Possiamo però immaginare il suo sguardo.

Was it jealousy? Charlotte Bronte’s comments about Jane Austen 

Ecco una delle faide letterarie su cui si è scritto di più: l’esercito delle Brontë contro la sola Jane Austen, ormai morta da un pezzo e non più in grado di replicare. Quello che le sorelle della brughiera deplorano nella signora del nostro cuore è una presunta mancanza di passione: la sua scrittura, dicono, è un giardino ben curato e recintato, ma non c’è modo di sentire il vento tra i capelli. In questo post si fa saggiamente notare la differenza tra la situazione di Jane Austen, precaria e sempre nascosta, e le tre Brontë, che invece scrivevano liberamente e si incoraggiavano a vicenda. Quanto a noi, l’idea che la passione, per essere vera, debba essere urlata ci convince così poco che ci facciamo prestare le parole da un ospite d’eccezione per esprimere il nostro dissenso.

Quant à Emma, elle ne s’interrogea point pour savoir si elle l’aimait. L’amour, croyait-elle, devait arriver tout à coup, avec de grands éclats et des fulgurations, — ouragan des cieux qui tombe sur la vie, la bouleverse, arrache les volontés comme des feuilles et emporte à l’abîme le coeur entier. Elle ne savait pas que, sur la terrasse des maisons, la pluie fait des lacs quand les gouttières sont bouchées, et elle fût ainsi demeurée en sa sécurité, lorsqu’elle découvrit subitement une lézarde dans le mur.

(Gustave Flaubert, Madame Bovary)

Che cosa accadde a Bath? Ovvero: perché il cuore di Austenland non è Bath

Il titolo parla da sé. Il sentire comune lega a doppio filo Jane Austen e Bath, come se fosse la città in cui ha vissuto più a lungo, creato le sue opere migliori o sperimentato la felicità più perfetta. Invece, è piuttosto vero il contrario: Jane Austen arriva a Bath dopo aver lasciato la sua adorata casa di Steventon, cambia molti indirizzi, affronta la morte di suo padre, rifiuta una proposta di matrimonio… e non scrive una riga. Ci vorrà l’aria corroborante di Chawton perché si rimetta in moto.

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Bath

New Jane Austen waxwork uses forensic science to model ‘the real Jane’

Che dire? Ci provano spesso a ricostruire il vero volto di Jane Austen, ma a meno che non spuntino fuori ritratti fino a oggi sconosciuti temo che dovremo farci bastare lo schizzo di Cassandra.

Aggregatore #11 [23-29 giugno]

Filigree and Folly: Jane Austen’s Lucy Steele and Maria Edgeworth’s Rosamond

Questo post è così bello e accurato che mi verrebbe quasi voglia di metterlo qui per intero, così com’è. Si tratta di quel difficile momento in cui Elinor e Lucy Steele hanno voglia di riparlare di Edward, ma devono ritagliarsi il modo di restare da sole senza destare sospetti. Il pretesto che trovano è il cestino in filigrana che Lucy deve finire per la piccola Middleton, Annamaria. Qui scopriamo che il regalo del cestino ha un precedente in Maria Edgeworth, e che le situazioni si somigliano così tanto che è difficile non metterle in collegamento: entrambi i doni sono tutt’altro che disinteressati e in entrambi i casi la destinataria è una peste viziata. L’autrice del post conclude che ‘ it’s clear that Austen and Edgeworth both associate paper filigree with self-interested characters who value show over substance. I found an echo of this attitude in a very different piece of writing from about the same time. In The European Magazine and London Review, September 1801, the author of a series of “Essays After the Manner of Goldsmith” describes his visits to two different ladies’ seminaries‘ . Ecco la citazione:

The mistress of the first taught in her school, as she herself told me, every thing fashionable, filagree and straw work, the tambourine, and the new reel steps; and with great exultation produced her pupils as specimen of her ability : but it unfortunately happened, that every thing took a wrong turn ; I fancied in every infant face the outlines of pride, ill temper, vanity, and affectation ; and pictured to my imagination her misled children growing up in error, and sinking into vice and wretchedness.

In fondo al post sono raccolti link utili per saperne di più del magico mondo del lavoro con la filigrana e pagine intere zeppe di immagini di cestini.

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Scatola per il tè.

Jane Austen’s Persuasion in Lyme Regis

Show me the exact spot where Louisa Musgrove fell!‘, esclamò uno spazientito Alfred Tennyson allorché, mentre si trovava a Lyme, i suoi amici del posto insistevano per raccontargli la storia della città. Oltre a guadagnarsi la nostra imperitura stima, con questa frase Tennyson è simile a noi in quella curiosità un po’ morbosa di vedere i luoghi dei romanzi di Jane Austen. Chi aveva mai sentito parlare di Box Hill? Tutti a Box Hill. Che ne sapevamo del Derbyshire? Non possiamo morire prima di aver visitato il Derbyshire. E lo stesso per Lyme Regis. L’autrice del post ci è andata e ha documentato con foto da diverse prospettive la scalinata da cui la signorina Musgrove si è incautamente lanciata. Se poi vogliamo saperne il più possibile, ecco un’analisi diacronica del cambiamento delle scale basata sugli adattamenti televisivi di Persuasione.

Regulated hatred and other essays on Jane Austen di D.W. Harding

Her books are, as she meant them to be, read and enjoyed by precisely the sort of people whom she disliked; she is a literary classic of the society which attitudes like hers, held widely enough, would undermine.

(Regulated Hatred, p. 7)

Queste sono le parole con cui si apre la raccolta di saggi di cui ci occupiamo oggi, cioè Regulated hatred and other essays on Jane Austen del professor D.W. Harding.

Sul personaggio Harding internet è povero di notizie. In attesa della prossima visita alla biblioteca comunale, tutte le informazioni che al momento possediamo sul suo conto sono contenute nella magra prefazione di L.C. Knights, un suo amico, che non va oltre l’elogio delle sue qualità umane e ci rende conto dei suoi studi: letteratura ma soprattutto psicologia. Del libro in questione ci viene detto ancor meno: si tratta di una raccolta non organica di testi su Jane Austen scritti in un arco di tempo che va dal 1939 al 1993. Non tutti sono stati pubblicati ma molti sono stati usati come materiale didattico (Harding fu professore universitario). Per quanto riguarda il saggio che dà il titolo alla raccolta, è apparso per la prima volta nella rivista Scrutiny e stando a Knights ha ‘decisively altered the course of Austen criticism‘. Come? Con che risultati? Dovremo scoprirlo per i fatti nostri.

La prima cosa su cui vale la pena soffermarsi è il titolo, Regulated hatred. Sembra un po’ difficile associare i romanzi di Jane Austen, o Jane Austen stessa, a un sentimento come l’odio: nella società che ci racconta tutti sono beneducati e attenti a non far torto a nessuno e in generale sembra che la parola d’ordine sia il quieto vivere. Per quieto vivere Emma sopporta Mrs. Elton e dà addirittura una cena in suo onore, ancora per quieto vivere Elizabeth preferisce evitare di ragionare con sua madre e si limita ad arrossire in sua presenza, sempre per quieto vivere Elinor non fa una piega di fronte all’impudenza della rivale Lucy. Harding rileva tutto ciò e realizza che di fatto questa gente non si può vedere eppure è costretta a farsi visita, cenare assieme, raccontarsi i fatti propri, insomma a convivere. Le famose ‘three or four families in a country village‘ (lettera del 9 settembre 1814) sembrano dunque costituire un ambiente un tantino asfittico e Harding si e ci rende conto di come Jane Austen esplori la difficoltà, delle eroine ma non solo, di mantere un contegno decoroso quando la convivenza diventa spiacevole. Per supportare la propria tesi, il professore si avvicina ai testi. Il primo esempio che ci fornisce è la strigliata che Mr. Tilney infligge alla povera Catherine dopo aver scoperto i sospetti di lei sul conto del Generale.

Does our education prepare us for such atrocities? Do our laws connive at them? Could they be perpetrated without being known, in a country like this, where social and literary intercourse is on such a footing, where every man is surrounded by a neighbourhood of voluntary spies, and where roads and newspapers lay everything open?

(Northanger Abbey, cap. 24)

Il passaggio su cui Harding decide di mettere l’accento è ‘neighbourhood of voluntary spies‘. Una scelta di parole quasi paranoica, che però fotografa bene una società in cui tra lettere, gossip e maldicenze in qualche modo tutti sapevano tutto di tutti. Come quando, per esempio, gli Elliot vengono a sapere che l’indegno nipote ‘had, as by the accustomary intervention of kind friends they had been informed, spoken most disrespectfully of them all, most slightingly and contemptuously of the very blood he belonged to, and the honours which were hereafter to be his own‘ (Persuasione, cap. 1). O come quando, come in un telefono senza fili, i Lucas scrivono alla figlia, che riferisce al marito il quale a sua volta corre a fare rapporto da Lady Catherine de Bourgh, che Mr. Darcy sarebbe fidanzato con Elizabeth. La privacy, insomma, è un problema sentito, tant’è vero che tutto ciò che viene tenuto nascosto in qualche modo entro la fine del romanzo viene svelato. Svelato, ma non necessariamente di pubblico dominio: dell’ultima infatuazione di Harriet sapranno solo Mr. e Mrs. Knightley, la tentata fuga di Giorgiana è una vergogna che rimane confinata tra i coniugi Darcy, Jane e il colonnello Fitzwilliam, mentre Fanny riesce a portarsi il suo segreto quasi fino all’ultima pagina e racconta tutta la verità solo di fronte alla desideratissima proposta di matrimonio. Sembra dunque che la questione della riservatezza venga affrontata in questo modo: è evidente che in una società ristretta tutti cercheranno di mettere il naso nei fatti dell’eroina, ma lei dovrà essere brava ad affidare le proprie confidenze alle persone giuste, di cui si può fidare.

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Una Mrs. Elton preoccupatissima. Per le sorti di Jane Fairfax? Per la gita a Donwell? Perché non avrà più tempo di suonare? Per tutte e tre le cose insieme e molte altre ancora?

Non finisce qui. Secondo Harding, i problemi che Jane Austen riversava nei suoi romanzi erano gli stessi a cui lei stessa era sottoposta quotidianamente. Dalle lettere emerge un po’ di insofferenza nei confronti di questa continua circolazione delle informazioni, ma la difficoltà principale sembra essere quella della persona intelligente e acuta intrappolata nella mediocrità. Le sue eroine, fatta una mezza eccezione per Catherine, sono giovani donne più sveglie, beneducate e raffinate rispetto all’ambiente in cui sono cresciute (nonostante, anzi, l’ambiente in cui sono cresciute), le quali vengono a contatto con un numero esorbitante di personaggi caricaturali. Nella creazione delle caricature Jane Austen calca la mano volutamente. Li rende quel tanto in più stupidi e grotteschi di quanto sarebbe realistico per permettere al lettore di immaginarsi complice, non vittima della barzelletta (cioè di non domandarsi mai: ma non è che potrebbe parlare anche di me?) e per impedirgli di tenere a mente che per quanto a noi Mr. Collins o Lady Catherine de Bourgh facciano ridere per Elizabeth rappresentano due dei più seri problemi che incontra nel romanzo: la possibilità di sposarsi senza amore e la possibilità che al suo amore sia impedito di sposarla.

Sono equilibri difficili, specialmente se il frame si riduce e a passare sotto la lente del microscopio sono i rapporti interfamiliari. Anche qui, come evidenzia il saggio Family life in the Eighteenth and early Nineteenth centuries, il quadro è poco allegro: il senso di claustrofobia che l’eroina avverte in società è poco o nulla rispetto a quello con cui deve fare i conti quando torna a casa. Questo è soprattutto vero nel rapporto con la madre, sistematicamente presentata come svantaggiata e deficitaria. Di Mrs. Bennet e Mrs. Dashwood conosciamo le colpe, mentre nei cosiddetti Chawton novels il procedimento è più fumoso. L’orfana Emma ha una figura materna sostitutiva in Mrs. Weston, con la quale però ha un rapporto alla pari e dalla quale non si è mai sentita in dovere di farsi guidare. Fanny ha una madre e due zie, e in tre non fanno una figura materna decente. Anne ha Lady Russell, che ama e rispetta ma alla quale deve il più grande rimpianto della sua vita, e questo porta definitivamente alla ribalta il problema: l’eroina riconosce i difetti di chi è incaricato di guidarla, giudica scorretti i suoi consigli ma nondimeno deve sottomettersi. Se non vi è obbligata come Fanny, è la sua stessa delicatezza a imporglielo, come spiega Anne al Capitano Wentworth.

I have been thinking over the past, and trying impartially to judge of the right and wrong, I mean with regard to myself; and I must believe that I was right, much as I suffered from it, that I was perfectly right in being guided by the friend whom you will love better than you do now. To me, she was in place of a parent. Do not mistake me, however. I am not saying that she did not err in her advice. It was, perhaps, one of those cases in which advice is good or bad only as the event decides; and for myself, I certainly never should, in any circumstance of tolerable similarity, give such advice. But I mean that I was right in submitting to her, and that if I had done otherwise, I should have suffered more in continuing the engagement than I did even in giving it up, because I should have suffered in my conscience. I have now, as far as such a sentiment is allowable in human nature, nothing to reproach myself with; and, if I mistake not, a strong sense of duty is no bad part of a woman’s portion.

(Persuasione, cap. 23)

Cominciamo adesso a capire cosa intende Knights quando parla di studi innovativi. Siamo nel 1940 e D.W. Harding ci sta dicendo che nei romanzi di Jane Austen, dietro ai sorrisi e alle cortesie, c’è la sovrumana fatica di sopportare la stupidità altrui, fatica aggravata dal fatto che talvolta a questi stupidi vogliamo bene. E ci sta dicendo pure che se ci identifichiamo con i personaggi positivi è probabile che ci stiamo sopravvalutando, perché con ogni probabilità Jane Austen ci schiafferebbe nello schieramento opposto. E questi sono solo i primi due saggi della raccolta (ripeterà il concetto in Civil Falsehood in Emma). Tutti gli altri sono ugualmente interessanti anche se forse non altrettanto illuminanti. Ho trovato strepitosa l’analisi della costruzione del fool in Character and caricature in Jane Austen e più che giusta l’attenzione alla confusione tra due importanti forme d’affetto in Fraternal and conjugal love (Fanny and Edmund). Chi vuole esplorare Jane Austen deve senza dubbio passare anche per D.W. Harding.

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Indice di Regulated Hatred and other essays on Jane Austen

Camilla di Fanny Burney

There seems almost a general wish of decrying the capacity and undervaluing the labour of the novelist, and of slighting the performances which have only genius, wit, and taste to recommend them. “I am no novel–reader — I seldom look into novels — Do not imagine that I often read novels — It is really very well for a novel.” Such is the common cant. “And what are you reading, Miss — ?” “Oh! It is only a novel!” replies the young lady, while she lays down her book with affected indifference, or momentary shame. “It is only Cecilia, or Camilla, or Belinda”; or, in short, only some work in which the greatest powers of the mind are displayed, in which the most thorough knowledge of human nature, the happiest delineation of its varieties, the liveliest effusions of wit and humour, are conveyed to the world in the best–chosen language.

(Northanger Abbey, cap. 5)

Se vogliamo parlare dei romanzi che circolavano all’epoca di Jane Austen, per nessuna ragione possiamo tralasciare Fanny Burney — quasi unanimemente citata come sua maggiore fonte di ispirazione. Dell’amore che Jane Austen le portava abbiamo le prove concrete in un simpatico aneddoto raccontato nel blog “Un tè con Jane Austen”: quando, già forte del successo di Evelina e Cecilia, la Burney decise di autofinanziare la propria carriera di scrittrice indicendo una sottoscrizione, la Austen non si sottrasse e le inviò mezza guinea. Al termine della raccolta la Burney aveva in mano oltre mille sterline, e le utilizzò per pubblicare Camilla, or a Picture of Youth.

La trama del romanzo è più facilmente riassumibile di quanto la voluminosità del tomo lasci presupporre: tutto ruota intorno alla famiglia Tyrold, composta da due eccellenti genitori, tre figlie (Lavinia, Camilla e Eugenia) e un figlio (Lionel). L’azione si mette in moto quando Sir Hugh, il fratello scapolo di Mr. Tyrold, decide di riavvicinarsi alla famiglia dopo un periodo di lontananza e si trasferisce nei paraggi insieme alla nipote Indiana e alla governante di lei. In questi primi capitoli vengono messe sul tavolo circostanze piuttosto importanti per gli eventi futuri e ci viene permesso di conoscere i personaggi: Sir Hugh, bonario e di scarsa cultura, ha la passione di combinare matrimoni tra i giovani della casa e quelli del vicinato; i Tyrold cercano di frenarlo quanto possono e di evitare che coinvolga i loro figli nei suoi progetti; Camilla è una ragazzina amorevole, spontanea e piena di buonumore; Eugenia una bimba giudiziosa e favorevolmente disposta all’apprendimento (per avvenimenti che lascio a voi scoprire, le viene impartita un’istruzione ben più maschile che femminile); Lionel uno scavezzacollo sconsiderato; Indiana è bellissima ma molto egocentrica e quasi altrettanto sciocca; Miss Margland, la sua istitutrice, una perfida intrigante. Facciamo inoltre la conoscenza del giovane Edgar Mandelbert, un orfano affidato alla custodia di Mr. Tyrold, e veniamo a sapere che Sir Hugh ha in mente di accoppiarlo con Indiana. Vediamo infine che Sir Hugh decide di fare di Eugenia la sola erede delle sue fortune.

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Fanny Burney (1752 – 1840)

Passati alcuni anni, le ragazze entrano in società sotto la guida di Miss Margland e l’occhio vigile di Edgar e allargano il proprio giro di amicizie. Vengono sottoposte alle attenzioni di molti pretendenti, alcuni graditi e altri piuttosto spiacevoli, e ognuna reagisce secondo il proprio carattere: Camilla è troppo timorosa di ferire i sentimenti altrui per rimettere un uomo al suo posto e per questo spesso si lascia trascinare (e, poverina, sorprendere) in situazioni poco appropriate; Eugenia, innocente e di grande rettitudine, non riesce non dico a scovare, ma neppure a supporre che possa esserci una qualche duplicità nel corteggiamento di un uomo, e così non individua mai i cacciatori di dote che inevitabilmente le ronzano attorno; Indiana, mai stanca di essere adulata, riceve con gioia ogni attenzione pur essendo già sicura dell’affetto di Edgar.

In verità, invece, Edgar prova una crescente attrazione per Camilla. Lei lo ricambia con ardore, ma ci sono molti ostacoli alla loro unione. Il primo è Indiana: da una parte per il senso di decoro di Camilla, che mai sottrarrebbe il fidanzato alla cugina, dall’altra per le macchinazioni della malefica Miss Margland, che s’impegna a mettere i due giovani l’uno contro l’altra alimentando incomprensioni via via più gravi. In secondo luogo, Camilla non è abbastanza ferma nel respingere i suoi numerosi pretendenti e la sua arrendevolezza, scambiata per spudorata civetteria, alimenta la gelosia di Edgar. Inoltre, Edgar è pesantemente influenzato dal Dottor Marchmont, suo tutore e confidente. Questi, misogino e diffidente di natura, lo indottrina sulla fallace natura femminile e lo spinge a dubitare di Camilla commentando in modo parziale i comportamenti di lei. Obiezione: ma se lui fosse davvero innamorato, non cercherebbe di chiarire i suoi dubbi chiedendo spiegazioni direttamente a Camilla, anziché rivolgersi a un vecchio signore che poco può sapere del cuore femminile? E qui arriviamo al più grande e quasi insuperabile ostacolo che divide la giovane coppia: loro stessi. Man mano che intrighi e circostanze si mettono al lavoro per allontanarli, infatti, questi due non si parlano mai. Lui, lo sappiamo, non si sbilancia finché il suo tutore non avrà deliberato che Camilla è degna di essere sposata. Lei, invece, riceve lezioni di delicatezza femminile dal padre, che le suggerisce di non lasciar trapelare la propria delusione di fronte a un uomo che non sembra ricambiare i suoi sentimenti. Più lui è diffidente più lei fa la sostenuta e viceversa: è evidente che se continuano così questo cane si morderà la coda all’infinito. E quel che è peggio è che Camilla, forse un po’ troppo immatura per andare in giro senza una guida affidabile nonché confusa e addolorata dal will they/won’t they con Edgar, infila un errore dietro l’altro, in gravità crescente, e dovrà deludere tutti quelli che ama e soffrire parecchio lei stessa prima di approdare alla felicità.

Nel mentre, accade di tutto. Sotto i nostri occhi rapiti sfila una parata variopinta: abbiamo la vedova allegra e cinica che sbuffa di fronte agli innamoramenti altrui, il baronetto annoiato che piano piano si lascia conquistare dai modi aperti e per nulla artificiosi di Camilla (Sir Sedley Clarendel, l’unico uomo di questa storia in grado di rubare il cuore a qualche lettrice), l’adolescente che viene costretta a sposare un vecchio trombone e si rifugia in sogni romantici e in amicizie sconvenienti, uno squallido e pericoloso cacciatore di dote, signore alla moda che cercano di radunare intorno a sé il capannello di ammiratori più folto. Tutti questi bei tipi interagiscono coi personaggi principali e assieme a loro spingono in avanti l’azione, causando rapimenti e disastri finanziari, pistolettate fatali e fughe d’amore, fino all’inevitabile lieto fine infarcito di fratture familiari ricomposte tra le lacrime e matrimoni a pioggia.

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Come ogni eroina che si rispetti, anche Camilla si ammala e rischia di stenderci le gambe: qui il momento del risveglio, illustrato da Henry Singleton

I motivi per cui Fanny Burney è considerata la madrina di Jane Austen sono già saltati all’occhio ma proviamo a fare il punto sulle somiglianze tra le due.

  • Entrambe si occupano di giovani donne che devono capire qual è l’uomo giusto e assicurarselo. All’eroina (e pure all’eroe) vengono sottoposti diversi potenziali partner, che lei dovrà imparare a vagliare e confrontare con la propria aspettativa matrimoniale. Questo percorso è utile alle due autrici per mostrare i rapporti di forza tra la donna e la società.
  • La strada che conduce al matrimonio è tortuosa e irta di difficoltà e comprende: il rischio sventato che uno o l’altra o entrambi sposino qualcun altro, gelosie, incomprensioni, figure di adulti che s’immischiano, in buona fede oppure no, per prevenire l’unione. Il romanzo consiste precisamente nella formazione e nello scioglimento felice di questi nodi.
  • Il registro ironico prevale. Se Jane Austen dà lezioni di satira sociale, Fanny Burney non è da meno. Ha individuato, catalogato e trovato la ridicolaggine di tutti i tipi che era evidentemente possibile incontrare a un qualunque ritrovo mondano, e non sembra avere paura di mostrarceli nella loro piccolezza, nel loro incessante affannarsi per conquiste di nessun valore (come, appunto, la cerchia più nutrita di ammiratori a un ballo), nelle loro incoerenze e incongruenze.
  • I personaggi si raccontano con le loro stesse parole. Non è sciocco asserire che la costruzione del fool austeniano discende dritta dritta dalla Burney. Un esempio: uno dei maggiori crucci di Sir Hugh è quello di non essere istruito. Ansioso com’è di porvi rimedio, assume persino un tutore e per un po’ s’impegna nello studio del latino, che poi abbandona in mancanza di risultati soddisfacenti. Nei suoi discorsi il senso d’inferiorità dell’uomo poco istruito affiora costantemente: se ne scusa quando non ce ne sarebbe bisogno, decide di far sposare Eugenia a un suo nipote perché entrambi hanno studiato il latino (e questa gli sembra un’affinità più che sufficiente!), si sottomette alle intemperanze del suo maleducatissimo tutore affermando che chi pensa alle lingue morte poco può curarsi della buona creanza. Di fatto, porta il discorso sempre da quelle parti. Se prendiamo un qualsiasi personaggio comico di Jane Austen, nella maggior parte dei casi vediamo che si comporta allo stesso modo: Mrs. Bennet dirige sempre la conversazione sulle sue figlie e su come sposarle al più presto, Mr. Woodhouse ha a cuore solo la salute (sua, della sua famiglia, di tutta Highbury), Sir Walter Elliot, quando ha passato in rassegna l’avvenenza di chi ha davanti, ha pressoché esaurito gli argomenti. Le piccole manie, ossessioni o idiosincrasie sono esplicitate sempre e soltanto attraverso il dialogo (tra poco ci ritorno).

Ma se queste due si rassomigliano così tanto, perché una andrà a finire sulle banconote e l’altra è quasi caduta nel dimenticatoio? Semplice: perché Jane Austen è più brava. Quando comincia a scrivere sul serio, si è già liberata degli impacci e degli imbarazzi che rendono alcuni passaggi della Burney quasi indigeribili. Le trame di Fanny Burney sono spesso ridondanti e contengono episodi inutili tanto per lo sviluppo degli eventi quanto per quello dei personaggi, mentre Jane Austen preferisce sbrigarsi. Se decide di far commettere a Emma lo stesso errore per ben due volte, non è a caso: quando s’inganna su Mr. Elton ferisce solo Harriet, quando fraintende Frank Churchill si fa male lei. Emma persevera nella sua cecità, ma non lo capisce finché non ne subisce le dirette conseguenze: è per questo che entrambi gli episodi sono necessari. Lo stesso in Mansfield Park: per quanto Fanny possa sentirsi scoraggiata quando le viene chiesto di recitare, questo non è nulla in confronto a quello che dovrà patire quando le verrà chiesto di sposarsi contro la sua volontà. La prima prova è propedeutica alla seconda.

Sempre la capacità di sintesi spinge Jane Austen a tagliare quelli che in Fanny Burney sarebbero chilometri di dialoghi e a comprimerli in pochi paragrafi di discorso indiretto libero. Mentre la prima fa sproloquiare solo i sempliciotti, la seconda concede a tutti lo spazio di chiacchierare senza freni, à la Miss Bates, annegando le informazioni e i passaggi davvero importanti in un oceano di ciarle. Inutile nasconderlo: all’inizio si sorride, dopo un po’ il sorriso è tirato, verso metà del romanzo si comincia a sbuffare e alla fine non se ne può proprio più. Ho la sensazione che i testi teatrali della Burney (ne scrisse otto) potrebbero essere migliori dei suoi romanzi proprio per quest’incontrollata propensione a far dialogare i personaggi a briglia sciolta.

Se è vero, come sostiene Virginia Woolf, che le opere incompiute di un autore ci dicono molto sul suo metodo di lavoro, il paragone Burney – Austen mostra che anche i predecessori e quelli che quest’autore ha considerato maestri possono parlarci. Jane Austen deve aver mandato la Burney a memoria e ha sicuramente iniziato a scrivere con Evelina, Cecilia e Camilla in mente. Tuttavia è stata capace di lavorare questi modelli con le sue dita svelte e di trasfigurarli, ottenendo una perfezione formale che la Burney non ha mai visto nemmeno da lontano e una complessità di temi che in romanzi come Camilla è solo accennata. I grandi romanzieri fanno così.