Regulated hatred and other essays on Jane Austen di D.W. Harding

Her books are, as she meant them to be, read and enjoyed by precisely the sort of people whom she disliked; she is a literary classic of the society which attitudes like hers, held widely enough, would undermine.

(Regulated Hatred, p. 7)

Queste sono le parole con cui si apre la raccolta di saggi di cui ci occupiamo oggi, cioè Regulated hatred and other essays on Jane Austen del professor D.W. Harding.

Sul personaggio Harding internet è povero di notizie. In attesa della prossima visita alla biblioteca comunale, tutte le informazioni che al momento possediamo sul suo conto sono contenute nella magra prefazione di L.C. Knights, un suo amico, che non va oltre l’elogio delle sue qualità umane e ci rende conto dei suoi studi: letteratura ma soprattutto psicologia. Del libro in questione ci viene detto ancor meno: si tratta di una raccolta non organica di testi su Jane Austen scritti in un arco di tempo che va dal 1939 al 1993. Non tutti sono stati pubblicati ma molti sono stati usati come materiale didattico (Harding fu professore universitario). Per quanto riguarda il saggio che dà il titolo alla raccolta, è apparso per la prima volta nella rivista Scrutiny e stando a Knights ha ‘decisively altered the course of Austen criticism‘. Come? Con che risultati? Dovremo scoprirlo per i fatti nostri.

La prima cosa su cui vale la pena soffermarsi è il titolo, Regulated hatred. Sembra un po’ difficile associare i romanzi di Jane Austen, o Jane Austen stessa, a un sentimento come l’odio: nella società che ci racconta tutti sono beneducati e attenti a non far torto a nessuno e in generale sembra che la parola d’ordine sia il quieto vivere. Per quieto vivere Emma sopporta Mrs. Elton e dà addirittura una cena in suo onore, ancora per quieto vivere Elizabeth preferisce evitare di ragionare con sua madre e si limita ad arrossire in sua presenza, sempre per quieto vivere Elinor non fa una piega di fronte all’impudenza della rivale Lucy. Harding rileva tutto ciò e realizza che di fatto questa gente non si può vedere eppure è costretta a farsi visita, cenare assieme, raccontarsi i fatti propri, insomma a convivere. Le famose ‘three or four families in a country village‘ (lettera del 9 settembre 1814) sembrano dunque costituire un ambiente un tantino asfittico e Harding si e ci rende conto di come Jane Austen esplori la difficoltà, delle eroine ma non solo, di mantere un contegno decoroso quando la convivenza diventa spiacevole. Per supportare la propria tesi, il professore si avvicina ai testi. Il primo esempio che ci fornisce è la strigliata che Mr. Tilney infligge alla povera Catherine dopo aver scoperto i sospetti di lei sul conto del Generale.

Does our education prepare us for such atrocities? Do our laws connive at them? Could they be perpetrated without being known, in a country like this, where social and literary intercourse is on such a footing, where every man is surrounded by a neighbourhood of voluntary spies, and where roads and newspapers lay everything open?

(Northanger Abbey, cap. 24)

Il passaggio su cui Harding decide di mettere l’accento è ‘neighbourhood of voluntary spies‘. Una scelta di parole quasi paranoica, che però fotografa bene una società in cui tra lettere, gossip e maldicenze in qualche modo tutti sapevano tutto di tutti. Come quando, per esempio, gli Elliot vengono a sapere che l’indegno nipote ‘had, as by the accustomary intervention of kind friends they had been informed, spoken most disrespectfully of them all, most slightingly and contemptuously of the very blood he belonged to, and the honours which were hereafter to be his own‘ (Persuasione, cap. 1). O come quando, come in un telefono senza fili, i Lucas scrivono alla figlia, che riferisce al marito il quale a sua volta corre a fare rapporto da Lady Catherine de Bourgh, che Mr. Darcy sarebbe fidanzato con Elizabeth. La privacy, insomma, è un problema sentito, tant’è vero che tutto ciò che viene tenuto nascosto in qualche modo entro la fine del romanzo viene svelato. Svelato, ma non necessariamente di pubblico dominio: dell’ultima infatuazione di Harriet sapranno solo Mr. e Mrs. Knightley, la tentata fuga di Giorgiana è una vergogna che rimane confinata tra i coniugi Darcy, Jane e il colonnello Fitzwilliam, mentre Fanny riesce a portarsi il suo segreto quasi fino all’ultima pagina e racconta tutta la verità solo di fronte alla desideratissima proposta di matrimonio. Sembra dunque che la questione della riservatezza venga affrontata in questo modo: è evidente che in una società ristretta tutti cercheranno di mettere il naso nei fatti dell’eroina, ma lei dovrà essere brava ad affidare le proprie confidenze alle persone giuste, di cui si può fidare.

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Una Mrs. Elton preoccupatissima. Per le sorti di Jane Fairfax? Per la gita a Donwell? Perché non avrà più tempo di suonare? Per tutte e tre le cose insieme e molte altre ancora?

Non finisce qui. Secondo Harding, i problemi che Jane Austen riversava nei suoi romanzi erano gli stessi a cui lei stessa era sottoposta quotidianamente. Dalle lettere emerge un po’ di insofferenza nei confronti di questa continua circolazione delle informazioni, ma la difficoltà principale sembra essere quella della persona intelligente e acuta intrappolata nella mediocrità. Le sue eroine, fatta una mezza eccezione per Catherine, sono giovani donne più sveglie, beneducate e raffinate rispetto all’ambiente in cui sono cresciute (nonostante, anzi, l’ambiente in cui sono cresciute), le quali vengono a contatto con un numero esorbitante di personaggi caricaturali. Nella creazione delle caricature Jane Austen calca la mano volutamente. Li rende quel tanto in più stupidi e grotteschi di quanto sarebbe realistico per permettere al lettore di immaginarsi complice, non vittima della barzelletta (cioè di non domandarsi mai: ma non è che potrebbe parlare anche di me?) e per impedirgli di tenere a mente che per quanto a noi Mr. Collins o Lady Catherine de Bourgh facciano ridere per Elizabeth rappresentano due dei più seri problemi che incontra nel romanzo: la possibilità di sposarsi senza amore e la possibilità che al suo amore sia impedito di sposarla.

Sono equilibri difficili, specialmente se il frame si riduce e a passare sotto la lente del microscopio sono i rapporti interfamiliari. Anche qui, come evidenzia il saggio Family life in the Eighteenth and early Nineteenth centuries, il quadro è poco allegro: il senso di claustrofobia che l’eroina avverte in società è poco o nulla rispetto a quello con cui deve fare i conti quando torna a casa. Questo è soprattutto vero nel rapporto con la madre, sistematicamente presentata come svantaggiata e deficitaria. Di Mrs. Bennet e Mrs. Dashwood conosciamo le colpe, mentre nei cosiddetti Chawton novels il procedimento è più fumoso. L’orfana Emma ha una figura materna sostitutiva in Mrs. Weston, con la quale però ha un rapporto alla pari e dalla quale non si è mai sentita in dovere di farsi guidare. Fanny ha una madre e due zie, e in tre non fanno una figura materna decente. Anne ha Lady Russell, che ama e rispetta ma alla quale deve il più grande rimpianto della sua vita, e questo porta definitivamente alla ribalta il problema: l’eroina riconosce i difetti di chi è incaricato di guidarla, giudica scorretti i suoi consigli ma nondimeno deve sottomettersi. Se non vi è obbligata come Fanny, è la sua stessa delicatezza a imporglielo, come spiega Anne al Capitano Wentworth.

I have been thinking over the past, and trying impartially to judge of the right and wrong, I mean with regard to myself; and I must believe that I was right, much as I suffered from it, that I was perfectly right in being guided by the friend whom you will love better than you do now. To me, she was in place of a parent. Do not mistake me, however. I am not saying that she did not err in her advice. It was, perhaps, one of those cases in which advice is good or bad only as the event decides; and for myself, I certainly never should, in any circumstance of tolerable similarity, give such advice. But I mean that I was right in submitting to her, and that if I had done otherwise, I should have suffered more in continuing the engagement than I did even in giving it up, because I should have suffered in my conscience. I have now, as far as such a sentiment is allowable in human nature, nothing to reproach myself with; and, if I mistake not, a strong sense of duty is no bad part of a woman’s portion.

(Persuasione, cap. 23)

Cominciamo adesso a capire cosa intende Knights quando parla di studi innovativi. Siamo nel 1940 e D.W. Harding ci sta dicendo che nei romanzi di Jane Austen, dietro ai sorrisi e alle cortesie, c’è la sovrumana fatica di sopportare la stupidità altrui, fatica aggravata dal fatto che talvolta a questi stupidi vogliamo bene. E ci sta dicendo pure che se ci identifichiamo con i personaggi positivi è probabile che ci stiamo sopravvalutando, perché con ogni probabilità Jane Austen ci schiafferebbe nello schieramento opposto. E questi sono solo i primi due saggi della raccolta (ripeterà il concetto in Civil Falsehood in Emma). Tutti gli altri sono ugualmente interessanti anche se forse non altrettanto illuminanti. Ho trovato strepitosa l’analisi della costruzione del fool in Character and caricature in Jane Austen e più che giusta l’attenzione alla confusione tra due importanti forme d’affetto in Fraternal and conjugal love (Fanny and Edmund). Chi vuole esplorare Jane Austen deve senza dubbio passare anche per D.W. Harding.

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Indice di Regulated Hatred and other essays on Jane Austen

Jane Austen and names di Maggie Lane

Una strada spesso battuta da chi s’impegni a decifrare romanzi, non solo quelli della nostra beniamina, è quella di prestare particolare attenzione ai nomi che l’autore sceglie per i suoi protagonisti e per i luoghi e sentire se raccontano qualcosa. Uno che si divertiva a far chiacchierare i suoi nomi era Dickens, per esempio in Tempi difficili: sfruttava musicalità e cacofonie (il cognome Gradgrind è tutto asperità, ma in Louisa è attenuato dalla lunga dolcezza del dittongo) ma era anche capace di racchiudere un intero destino nelle due sillabe del cognome Blackpool.

Anche Jane Austen lavora sui nomi. Mr. Knight-ley è già ottimamente raccomandato al lettore ancor prima che possa spiccicare parola e più avanti nel romanzo avrà occasione di dar mostra delle sue doti cavalleresche — non già precipitandosi a salvare una fanciulla rapita con tanto di destriero e armatura, secondo la miglior tradizione medievale, ma invitando a ballare una ragazza barbaramente ignorata da un villano. Non che questo svilimento dei servizi resi a una damsel in distress impedisca a Harriet di ricordare l’accaduto con un rapimento esagerato, comunque (‘The very recollection of it, and all that I felt at the time, when I saw him coming — his noble look, and my wretchedness before. Such a change! In one moment such a change! From perfect misery to perfect happiness.‘, cap. 40). Anche del Capitano Went-worth sappiamo già molto dal cognome: ci saranno anche stati tempi in cui non possedeva il becco d’un quattrino, ma è sempre stato un uomo di valore — e di un valore che non si quantifica nella sua rendita. Un ottimo, ma non condiviso da tutti, esempio di toponomastica messa al servizio della storia è Mans-field Park: un luogo, cioè, dove la donna ha ben poco spazio di affermazione perché schiacciata dall’onnipresenza maschile, che le impone come comportarsi e vestirsi, le insegna come pensare e anche chi deve sposare. Se poi qualcuna non interiorizza le istruzioni, come Fanny quando si rifiuta di sposare Henry Crawford, è sempre l’autorità maschile a spedirla in esilio.

Tuttavia, anche dietro i nomi propri dei personaggi austeniani c’è una sottile intelligenza, ed è proprio questa intelligenza che Maggie Lane si propone di svelarci nel suo libriccino Jane Austen and names.

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Jane Austen and names di Maggie Lane

La Lane comincia la sua esplorazione con una breve storia dell’introduzione e dell’uso dei nomi propri in Inghilterra: si parte dall’eptarchia, in cui venivano combinati due nomi (uno dei quali, solitamente, era quello paterno) per dar vita a nomi polisillabici come Ethelbert, Ethelred, Egbert e così via. Tutti questi nomi suonano piuttosto antiquati perché, con le poche eccezioni rappresentate da Edmund, Edward e Arthur, sono stati spazzati via dopo il 1066. I Normanni, oltre alla loro ingombrante presenza e a uno stile di vita tutto nuovo, introdussero un nuovo stock di nomi (William, Walter, Richard e Robert, tra i nomi più popolari ancor oggi, sono tutti nomi normanni) e mandarono in pensione l’usanza di combinarli tra loro. Poco dopo, fu la crescente influenza della Chiesa a rimpolpare il numero di nomi in circolazione: santi, personaggi veterotestamentari e i primi martiri erano le scelte più popolari, e presto l’incidenza di nomi cristiani crebbe al punto tale che alla fine del XIII secolo il 28% degli uomini si chiamava John e un quarto della popolazione maschile si divideva cinque nomi propri. Da questa ristrettezza nacque la necessità di aggiungere un soprannome o un qualunque altro identificativo accanto al nome proprio, necessità che portò infine alla nascita dei cognomi (spesso questi cognomi arrivano direttamente da nomi propri che subiscono qualche caduta sillabica. Qualche esempio: il cognome di Jane Austen è una contrazione di Augustine, il fondatore della cattedrale di Canterbury. Nei suoi romanzi appaiono i cognomi Bennet, che deriva da Benedict, Tilney, che deriva da Matilda, e Watson, che deriva da Walter). Successivamente, con la Riforma protestante caddero in disgrazia i nomi ‘non-scriptural‘ e crebbe la popolarità di quelli attinti dall’Antico Testamento, mentre l’Illuminismo riportò in auge la letteratura classica, facendo spuntare una quantità di Diana, Julia, Penelope e Augusta.

Allora come oggi, e con l’evidente eccezioni dei nomi reali che non sono mai davvero tramontati, anche la scelta del nome di un bimbo era in qualche modo soggetta a mode o comunque tendenze culturali, e nomi che sarebbero sembrati ridicoli a una generazione potevano esplodere e prosperare in quella successiva (e viceversa). In generale, sembra che il percorso seguito da uno stock di nomi cominciasse con le classi più alte, per poi scendere e scendere. Nel momento in cui lo stock arrivava a diffondersi presso il popolo era già fuori moda presso la nobiltà, che di conseguenza attingeva ad altre fonti. E così via.

Quando toccò a Jane Austen battezzare qualcosa come duecentocinquanta personaggi, i nomi usati nella realtà erano relativamente pochi. Tutte le derivazioni cristiane avevano ormai poca presa e lo stock attinto dalla classicità stava passando di moda, e così il 20% dei bambini si chiamava William, il 19% John e il 16% Thomas. Il resto della percentuale era acchiappato da Henry, James, Richard e pochi altri nomi. Allo stesso modo, il 24% delle bimbe erano Mary, il 19% Elizabeth e il 14% Anne. I nomi femminili più sofisticati, con terminazione in -a secondo il gusto classico, sembravano essere esclusivo appannaggio delle eroine dei romanzi — una falange oplitica di Cecilia, Camilla, Evelina, Pamela, Belinda e Lucilla. Jane Austen, al suo solito modo, si fa beffe di questa tendenza affibbiando i nomi in -a a signore stupidamente pretenziose: Mrs. Elton si chiama Augusta e sua sorella sfoggia il non meno altisonante Selina. Julia e Maria Bertram, anche se lo nascondono bene, sono insuperabilmente vanitose, e in grado minore lo sono anche le sorelle Musgrove (Henrietta e Louisa). Di Louisa Hurst non stiamo neanche a parlare e quasi ci stupisce che sua sorella abbia un assai più banale Caroline. E anche se a darsi delle arie è soltanto una servetta, come nella turbolenta casa dei Price, la sua posizione sociale modesta non lo salverà dal chiamarsi Rebecca (con accresciuto effetto comico). L’unica evidente eccezione è Emma Woodhouse (che comunque un po’ di arie se le dà…), ma solo perché la sua creatrice amava molto questo nome.

Infatti, Jane Austen aveva delle spiccate preferenze e associazioni mentali costanti in fatto di nomi. Adorava le due lettere perfette che compongono il nome Emma a tal punto che anche dopo aver lasciato perdere Emma Watson non poté rinunciare a chiamare così una sua eroina: e così ritagliò quelle due letterine e ne fece dono a Miss Woodhouse. Maria è per lei sinonimo di animo freddo e calcolatore (‘If Mrs Heathcote does not marry & comfort him now, I shall think she is a Maria & has no heart.‘, lettera a Cassandra del 9 febbraio 1813), Charlotte di prosaico buonsenso.

Per quanto riguarda i nomi maschili, sappiamo che la Jane Austen quindicenne sognava di sposare un Henry Frederic Howard Fitzwilliam o in alternativa un Edmund Arthur William Mortimer. Quasi tutti ricorrono nei suoi eroi o antieroi: al nome Henry sembra corrispondere un fascino irresistibile, che può essere positivo se il cognome è Tilney o letale se invece è Crawford. Edmund ispira, se non a lei almeno a Fanny, dei rapimenti fuori misura (‘But there is nobleness in the name of Edmund. It is a name of heroism and renown; of kings, princes, and knights; and seems to breathe the spirit of chivalry and warm affections.‘, cap. 22). L’antipatia per il nome Richard, invece, sembra talmente insormontabile da essere diventata una battuta ricorrente in casa Austen (nonché il primo concetto che la nostra autrice ci tiene a mettere in chiaro nel suo primo romanzo, Northanger Abbey. Il padre di Catherine, nella seconda riga, viene definito assai rispettabile ‘though his name was Richard‘). A tutte le splendenti virtù di Mr. Knightley possiamo ora aggiungere il suo nome di battesimo, George: nome reale, patrono dell’Inghilterra ed etimologicamente forte. Ci arriva dritto dritto dal greco antico γεωργός, che significa contadino: Mr. Knightley non è certamente un contadino ma proprio come Mr. Darcy possiede della terra e sa amministrarla, permettendo così ad altri di lavorare dignitosamente e prosperare. Tutte qualità che Jane Austen ammira e apprezza particolarmente in un uomo.

Queste e altre curiosità, in modo più ampio e articolato del mio, sono raccolte e impacchettate nella prima parte di Jane Austen and names. La seconda è più enciclopedica e contiene una lista di tutti i nomi di battesimo usati da Jane Austen: di ognuno viene stilata una storia sommaria che comprende l’etimologia e le circostanze dell’introduzione in Inghilterra, dopodiché vengono elencati tutti i personaggi che lo portano.

Penso sia chiaro che non stiamo parlando di un libro irrinunciabile, però farà la felicità di chi s’interessa di microstoria — e anche di quelli che non hanno mai saputo che si può indovinare con ragionevole certezza come si chiama Mrs. Norris o fatto caso all’unica volta in cui viene menzionato il nome di battesimo del Reverendo Elton.

Aggregatore #1 [14-20 aprile]

Jane Austen Literacy Foundation launches in Oxford

Una volta tanto il nome di Jane Austen viene scomodato per una buona causa: un’associazione dedicata a Jane Austen, e fondata da una sua lontana discendente, si occupa di diffondere l’alfabetizzazione nei paesi del terzo mondo. Questa è la pagina Facebook dell’associazione e questo il profilo Twitter di Caroline Jane Knight.

Book review: The annotated Northanger Abbey

È uscita una nuova edizione di Northanger Abbey, completa di un apparato critico curato da Susan Wolfson (Princeton University), e OLM la recensisce. La vogliamo? La vogliamo. Non solo: vogliamo tutta la serie.

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Mansfield Park: un’edizione speciale per il bicentenario a cura della Jane Austen Society of Italy

Mansfield Park è probabilmente il meno amato dei romanzi di Jane Austen. Se c’è un’edizione in grado di dissuadere anche il più granitico degli oppositori di Fanny Price, non può che essere questa, di cui si è occupato Giuseppe Ierolli. Lo dico senza averla ancora aperta e sono sicura che non verrò smentita: Ierolli è infatti preceduto dalla sua fama di profondo conoscitore di Jane Austen e questo è il suo romanzo preferito (o almeno così ha detto durante una recente presentazione a Bologna). Una chicca: il volume contiene anche la traduzione di Lover’s Vows, il testo che i giovani di Mansfield Park tentano, senza successo e con parecchi attriti, di rappresentare nello studio stravolto di Sir Bertram.

Why I Re-Wrote Jane Austen’s ‘Outlier’ Novel

Una riscrittura di Northanger Abbey. Coi vampiri. Baaaaaasta.

Uovo con sorpresa

Una scoperta che getterà tutti nella più profonda delle costernazioni: anche Mr. Darcy dice le parolacce.