Regulated hatred and other essays on Jane Austen di D.W. Harding

Her books are, as she meant them to be, read and enjoyed by precisely the sort of people whom she disliked; she is a literary classic of the society which attitudes like hers, held widely enough, would undermine.

(Regulated Hatred, p. 7)

Queste sono le parole con cui si apre la raccolta di saggi di cui ci occupiamo oggi, cioè Regulated hatred and other essays on Jane Austen del professor D.W. Harding.

Sul personaggio Harding internet è povero di notizie. In attesa della prossima visita alla biblioteca comunale, tutte le informazioni che al momento possediamo sul suo conto sono contenute nella magra prefazione di L.C. Knights, un suo amico, che non va oltre l’elogio delle sue qualità umane e ci rende conto dei suoi studi: letteratura ma soprattutto psicologia. Del libro in questione ci viene detto ancor meno: si tratta di una raccolta non organica di testi su Jane Austen scritti in un arco di tempo che va dal 1939 al 1993. Non tutti sono stati pubblicati ma molti sono stati usati come materiale didattico (Harding fu professore universitario). Per quanto riguarda il saggio che dà il titolo alla raccolta, è apparso per la prima volta nella rivista Scrutiny e stando a Knights ha ‘decisively altered the course of Austen criticism‘. Come? Con che risultati? Dovremo scoprirlo per i fatti nostri.

La prima cosa su cui vale la pena soffermarsi è il titolo, Regulated hatred. Sembra un po’ difficile associare i romanzi di Jane Austen, o Jane Austen stessa, a un sentimento come l’odio: nella società che ci racconta tutti sono beneducati e attenti a non far torto a nessuno e in generale sembra che la parola d’ordine sia il quieto vivere. Per quieto vivere Emma sopporta Mrs. Elton e dà addirittura una cena in suo onore, ancora per quieto vivere Elizabeth preferisce evitare di ragionare con sua madre e si limita ad arrossire in sua presenza, sempre per quieto vivere Elinor non fa una piega di fronte all’impudenza della rivale Lucy. Harding rileva tutto ciò e realizza che di fatto questa gente non si può vedere eppure è costretta a farsi visita, cenare assieme, raccontarsi i fatti propri, insomma a convivere. Le famose ‘three or four families in a country village‘ (lettera del 9 settembre 1814) sembrano dunque costituire un ambiente un tantino asfittico e Harding si e ci rende conto di come Jane Austen esplori la difficoltà, delle eroine ma non solo, di mantere un contegno decoroso quando la convivenza diventa spiacevole. Per supportare la propria tesi, il professore si avvicina ai testi. Il primo esempio che ci fornisce è la strigliata che Mr. Tilney infligge alla povera Catherine dopo aver scoperto i sospetti di lei sul conto del Generale.

Does our education prepare us for such atrocities? Do our laws connive at them? Could they be perpetrated without being known, in a country like this, where social and literary intercourse is on such a footing, where every man is surrounded by a neighbourhood of voluntary spies, and where roads and newspapers lay everything open?

(Northanger Abbey, cap. 24)

Il passaggio su cui Harding decide di mettere l’accento è ‘neighbourhood of voluntary spies‘. Una scelta di parole quasi paranoica, che però fotografa bene una società in cui tra lettere, gossip e maldicenze in qualche modo tutti sapevano tutto di tutti. Come quando, per esempio, gli Elliot vengono a sapere che l’indegno nipote ‘had, as by the accustomary intervention of kind friends they had been informed, spoken most disrespectfully of them all, most slightingly and contemptuously of the very blood he belonged to, and the honours which were hereafter to be his own‘ (Persuasione, cap. 1). O come quando, come in un telefono senza fili, i Lucas scrivono alla figlia, che riferisce al marito il quale a sua volta corre a fare rapporto da Lady Catherine de Bourgh, che Mr. Darcy sarebbe fidanzato con Elizabeth. La privacy, insomma, è un problema sentito, tant’è vero che tutto ciò che viene tenuto nascosto in qualche modo entro la fine del romanzo viene svelato. Svelato, ma non necessariamente di pubblico dominio: dell’ultima infatuazione di Harriet sapranno solo Mr. e Mrs. Knightley, la tentata fuga di Giorgiana è una vergogna che rimane confinata tra i coniugi Darcy, Jane e il colonnello Fitzwilliam, mentre Fanny riesce a portarsi il suo segreto quasi fino all’ultima pagina e racconta tutta la verità solo di fronte alla desideratissima proposta di matrimonio. Sembra dunque che la questione della riservatezza venga affrontata in questo modo: è evidente che in una società ristretta tutti cercheranno di mettere il naso nei fatti dell’eroina, ma lei dovrà essere brava ad affidare le proprie confidenze alle persone giuste, di cui si può fidare.

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Una Mrs. Elton preoccupatissima. Per le sorti di Jane Fairfax? Per la gita a Donwell? Perché non avrà più tempo di suonare? Per tutte e tre le cose insieme e molte altre ancora?

Non finisce qui. Secondo Harding, i problemi che Jane Austen riversava nei suoi romanzi erano gli stessi a cui lei stessa era sottoposta quotidianamente. Dalle lettere emerge un po’ di insofferenza nei confronti di questa continua circolazione delle informazioni, ma la difficoltà principale sembra essere quella della persona intelligente e acuta intrappolata nella mediocrità. Le sue eroine, fatta una mezza eccezione per Catherine, sono giovani donne più sveglie, beneducate e raffinate rispetto all’ambiente in cui sono cresciute (nonostante, anzi, l’ambiente in cui sono cresciute), le quali vengono a contatto con un numero esorbitante di personaggi caricaturali. Nella creazione delle caricature Jane Austen calca la mano volutamente. Li rende quel tanto in più stupidi e grotteschi di quanto sarebbe realistico per permettere al lettore di immaginarsi complice, non vittima della barzelletta (cioè di non domandarsi mai: ma non è che potrebbe parlare anche di me?) e per impedirgli di tenere a mente che per quanto a noi Mr. Collins o Lady Catherine de Bourgh facciano ridere per Elizabeth rappresentano due dei più seri problemi che incontra nel romanzo: la possibilità di sposarsi senza amore e la possibilità che al suo amore sia impedito di sposarla.

Sono equilibri difficili, specialmente se il frame si riduce e a passare sotto la lente del microscopio sono i rapporti interfamiliari. Anche qui, come evidenzia il saggio Family life in the Eighteenth and early Nineteenth centuries, il quadro è poco allegro: il senso di claustrofobia che l’eroina avverte in società è poco o nulla rispetto a quello con cui deve fare i conti quando torna a casa. Questo è soprattutto vero nel rapporto con la madre, sistematicamente presentata come svantaggiata e deficitaria. Di Mrs. Bennet e Mrs. Dashwood conosciamo le colpe, mentre nei cosiddetti Chawton novels il procedimento è più fumoso. L’orfana Emma ha una figura materna sostitutiva in Mrs. Weston, con la quale però ha un rapporto alla pari e dalla quale non si è mai sentita in dovere di farsi guidare. Fanny ha una madre e due zie, e in tre non fanno una figura materna decente. Anne ha Lady Russell, che ama e rispetta ma alla quale deve il più grande rimpianto della sua vita, e questo porta definitivamente alla ribalta il problema: l’eroina riconosce i difetti di chi è incaricato di guidarla, giudica scorretti i suoi consigli ma nondimeno deve sottomettersi. Se non vi è obbligata come Fanny, è la sua stessa delicatezza a imporglielo, come spiega Anne al Capitano Wentworth.

I have been thinking over the past, and trying impartially to judge of the right and wrong, I mean with regard to myself; and I must believe that I was right, much as I suffered from it, that I was perfectly right in being guided by the friend whom you will love better than you do now. To me, she was in place of a parent. Do not mistake me, however. I am not saying that she did not err in her advice. It was, perhaps, one of those cases in which advice is good or bad only as the event decides; and for myself, I certainly never should, in any circumstance of tolerable similarity, give such advice. But I mean that I was right in submitting to her, and that if I had done otherwise, I should have suffered more in continuing the engagement than I did even in giving it up, because I should have suffered in my conscience. I have now, as far as such a sentiment is allowable in human nature, nothing to reproach myself with; and, if I mistake not, a strong sense of duty is no bad part of a woman’s portion.

(Persuasione, cap. 23)

Cominciamo adesso a capire cosa intende Knights quando parla di studi innovativi. Siamo nel 1940 e D.W. Harding ci sta dicendo che nei romanzi di Jane Austen, dietro ai sorrisi e alle cortesie, c’è la sovrumana fatica di sopportare la stupidità altrui, fatica aggravata dal fatto che talvolta a questi stupidi vogliamo bene. E ci sta dicendo pure che se ci identifichiamo con i personaggi positivi è probabile che ci stiamo sopravvalutando, perché con ogni probabilità Jane Austen ci schiafferebbe nello schieramento opposto. E questi sono solo i primi due saggi della raccolta (ripeterà il concetto in Civil Falsehood in Emma). Tutti gli altri sono ugualmente interessanti anche se forse non altrettanto illuminanti. Ho trovato strepitosa l’analisi della costruzione del fool in Character and caricature in Jane Austen e più che giusta l’attenzione alla confusione tra due importanti forme d’affetto in Fraternal and conjugal love (Fanny and Edmund). Chi vuole esplorare Jane Austen deve senza dubbio passare anche per D.W. Harding.

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Indice di Regulated Hatred and other essays on Jane Austen

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Aggregatore #10 [16-22 giugno]

Jane Austen’s Collection of Critical Feedback From Her (Sometimes Harsh) Friends and Family

Le reazioni degli amici e dei parenti di Jane Austen a Mansfield Park, raccolte da lei stessa. Proprio come oggi, la spaccatura è netta: c’è chi adora Fanny e chi la odia, chi si lascia conquistare dai Crawford e chi li guarda con diffidenza, alcuni si avventurano a criticare l’innaturalezza di alcune situazioni (la passione di Edmund per una donna che gli è moralmente distante, per esempio), altri ne lodano il messaggio edificante.

Recensione: “Jane Austen: i luoghi e gli amici” di Mary Constance Hill

Jane Austen: i luoghi e gli amici è uscito qualche tempo fa per la Jo March e racconta l’avventura di due sorelle, Mary Constance Hill ed Ellen Hill, che in preda a un amore smodato per Jane Austen decisero di visitare tutti i luoghi in cui aveva vissuto. Mary descrive, Ellen disegna, e intanto parlano della vita della loro autrice preferita e dei suoi romanzi. Questo blog recensisce il libro e correda il tutto con immagini accattivanti.

“Consequences of Lust”

Un parallelo tra Lydia Bennet e Maria Bertram, le due donne perdute di Jane Austen. Si argomenta a lungo su chi delle due l’abbia combinata più grossa ma quel ch’è importante è che si giunge a una domanda molto importante: per quale ragione una resta tutto sommato a galla e l’altra viene bandita dal regno? Una risposta grezza potrebbe essere: perché, al contrario di Elizabeth, Fanny è un’eroina che identifichiamo con il suo set di valori. Salvare Maria significa sgattaiolare fuori dalla logica bianco-o-nero di Fanny, ammettere l’esistenza di zone grigie e quindi avanzare l’ipotesi che il giudizio dell’eroina sia non dico fallace ma troppo duro. Tutto questo non è possibile, perciò Maria deve essere punita. Vale la pena osservare anche che, nella realtà, raramente uno scandalo del genere si concludeva con il matrimonio e con i due colpevoli riammessi in famiglia. Più spesso i due venivano separati e la vita di lei era finita (Effi Briest è del 1894, quasi un secolo dopo…). In questo senso, l’eccezione è Orgoglio e pregiudizio, non Mansfield Park.

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I coniugi Wickham in Orgoglio e pregiudizio 1995.

Aggregatore #8 [2-8 giugno]

Pride and Prejudice 2005 – Movie Discussion

Questo è un commento molto interessante sull’ultimo film tratto da Orgoglio e pregiudizio: le scene più famose (il ballo in solitaria di Elizabeth e Mr. Darcy, Elizabeth allo specchio) vengono commentate con particolare attenzione ai movimenti di camera, alle inquadrature e alle scelte stilistiche del regista. Ho sempre pensato che Orgoglio e pregiudizio 2005 fosse un film molto infedele e molto mal recitato e ho pensato anche che i due protagonisti fossero stati barbaramente snaturati per meglio corrispondere a uno degli schemi cari alla rom-com, ma ora ho in animo di riguardarlo senza… pregiudizi.

Rediscovering Jane: A Comparison

Se si devono cercare le opere a cui Jane Austen si è ispirata, saltano alla mente soprattutto due o tre nomi: Edgeworth, West e Burney. In futuro ci occuperemo di tutte queste signore (sempre che riusciamo a trovare i loro libri: la West è scomparsa dai radar), intanto vi segnalo una recensione di Camilla che mette a fuoco uno dei maggiori difetti della Burney: la sua eccessiva verbosità. I suoi personaggi ciarlano senza sosta e lei non si preoccupa mai di inserire un discorso indiretto, un riassunto, qualcosa che acceleri il ritmo della scena. L’autrice di questo post se ne accorge e se ne infastidisce, elogiando invece la capacità di Jane Austen di tagliare e ricucire quando serve e anche quando uno non se lo aspetterebbe: per esempio, è sempre piuttosto frettolosa nelle dichiarazioni d’amore. Di Emma sappiamo che risponde all’ardore di Mr. Knightley dicendo quello ‘[j]ust what she ought, of course. A lady always does’ (Emma, cap. 49). Elizabeth è tanto eloquente e coraggiosa in occasione della prima proposta di Mr. Darcy quanto imbarazzata e confusa quando si tratta di dire sì: nel primo caso il dialogo tra i due viene dispiegato parola per parola, nel secondo la faccenda viene risolta con un vago discorso indiretto e i due protagonisti tornano a parlare in prima persona solo per mettere a nudo e confrontare i propri difetti e i propri errori. Se Jane Austen operi in questo modo con malizia è impossibile stabilirlo: sta di fatto che ottiene l’ottimo effetto di suggerire senza dire chiaramente e queste allusioni sono solo piccole spinte per il lettore che può immaginarsi i momenti topici dei romanzi in mille modi diversi, e magari identificarsi di più.

Mary Crawford and the Mansfield “cure”

Sempre sul blog di Sarah Emsley, che vi consiglio nuovamente di seguire, Katie Davis riflette sulla promessa di Mrs. Grant ai giovani Crawford: ‘Mansfield shall cure you both – and without any taking in. Stay with us and we will cure you‘ (Mansfield Park, cap. 5). I due, lo sappiamo, non hanno la benché minima intenzione di essere curati da alcunché. Nondimeno, ci vanno parecchio vicini, e quando la loro strada si separerà da quella dei Bertram tutto indica che ci metteranno un bel po’ a recuperare la loro spensieratezza. Se mai la recupereranno.

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Vi sembrano due che hanno bisogno di cure?

Novità: Jane Austen’s country life di Deirdre Le Faye (ed. Frances Lincoln)

Nuova uscita editoriale in arrivo, e di grande interesse (specialmente, sembra, per chi si diletta nell’esplorare la biografia di Jane Austen). La signora Le Faye, nome ben noto a chi bazzica gli Austen studies, torna in libreria per raccontarci il contesto rurale in cui Jane Austen è vissuta e che ha scelto come setting per i suoi romanzi. Ce ne parla il JASIT, sempre in prima linea quando c’è da diffondere questo genere di notizie succulente.

Prequel, sequel, spin-off: le perpetue riscritture di Jane Austen

Sarebbe difficile spiegare perché, ma l’amore che si porta per Jane Austen spesso non ha nulla a che vedere con ciò che si prova per gli altri scrittori, anche i nostri preferiti: ci sono un’esclusività, un’instancabilità, una passione per il più piccolo e remoto particolare della vita e delle opere, una voglia di immergersi nel mondo che ha creato e raccontato, che non mi risultano nei fanatici di Flaubert o nei maniaci di Dostoevskij. Non ho notizia di appuntamenti danzanti che cerchino di ricreare la magia del primo ballo tra il principe Andrej e Natasha Rostova, non credo che nessuno si vesta più da moschettiere, il cinema e la televisione non hanno mai saccheggiato la pur sconfinata produzione di Balzac come hanno fatto con le sei opere di Jane Austen. Con lei, semplicemente, è diverso.

L’unicità della posizione di Jane Austen è ben rappresentata dalla fame che divora quasi tutti i suoi lettori: avere di più, dove più assume significati sempre nuovi. Più vita dei coniugi Darcy, Knightley, Wentworth da seguire. Più angolazioni da cui osservare le storie ormai mandate a memoria, come tanti fasci di luce che illuminino ciò che Jane Austen ha lasciato in ombra. Più matrimoni, mai scritti e nondimeno assai desiderati, tra quei pochi personaggi che la sua penna implacabile ha condannato al celibato («Come sarebbe a dire che il colonnello Fitzwilliam rimane da solo?»). Più declinazioni delle stesse vicende («Ma se Emma fosse un’adolescente contemporanea?», «E se Elizabeth avesse un vlog su YouTube?»), talvolta con variabili impazzite («E se a Longbourn arrivassero gli zombie? E se Mr. Darcy fosse un vampiro?»). L’importante è non smettere di pensarci, ricamarci sopra, allargare e tirare quelle poche storie giorno dopo giorno, per non farle mai finire.

Clueless

Clueless (1995)

E così, si lavora alacremente — al cinema, alla BBC, sui forum e soprattutto, incredibilmente, ancora su carta. Le riscritture di Jane Austen sono un fenomeno così ampio che è ormai possibile individuare dei filoni, inizialmente esili ma che vanno irrobustendosi col trascorrere del tempo. Proviamo a passarli in rassegna.

Come vissero felici e contenti. I romanzi di questo tipo rispondono all’angoscia che tutti cominciano a provare, quando mancano venti o trenta pagine alla fine, alla prospettiva di dover abbandonare personaggi ormai amatissimi. Come sopravvivere senza l’arguzia di Elizabeth Bennet? Come abituarsi al silenzio finora riempito dalla chiacchiericcio instancabile di Miss Bates? Impossibile. E così ecco le cronache dei primi mesi di matrimonio, della nascita dei figli o dell’accasamento di chi è rimasto spaiato. Può anche capitare che si esca un tantino del seminato, come per esempio accade nei romanzi di Carrie Bebris: i suoi Darcy sono spesso protagonisti, in qualità di investigatori, di delitti e misteri da risolvere.

Un altro punto di vista. La curiosità del lettore non si limita a valicare il limite dell’ultimo punto fermo del romanzo: molto più spesso rimane chiusa dentro lo spazio della storia raccontata e vuole riempire i buchi. Ha bisogno di sapere, per esempio, quali emozioni agitano il cuore del capitano Wentworth quando incontra per la prima volta Anne dopo tanti anni (dei sentimenti di lei, in fondo, è informato nel dettaglio). Conosce a menadito tempi e modi dell’abbattimento dei pregiudizi che hanno offuscato la pur lucida Elizabeth Bennet, ma fa più fatica a immaginare la lotta di Mr. Darcy con il proprio orgoglio. O magari riesce a immaginare tutto, ma vuole anche vederlo scritto o forse soltanto sapere come se lo figura qualcun altro. Quando si tratta di colmare queste lacune, la campionessa in carica è Amanda Grange, autrice di una fortunata serie di diari che ci mostrano il negativo dei romanzi di Jane Austen spostando il punto di vista dall’eroina all’eroe. Mr. Darcy, Mr. Knightley, Mr. Bertram, Mr. Tilney, il colonnello Brandon e financo il malvagio Wickham si trasformano, nelle sue pagine, in infaticabili diaristi. E questa è solo la punta dell’iceberg: cinque minuti su Amazon saranno sufficienti per trovare almeno dieci riscritture di Orgoglio e Pregiudizio dal punto di vista di Mr. Darcy.

Una pista poco battuta. Jane Austen caratterizza tutti i suoi personaggi, anche quelli di contorno, con una tale grazia che non è affatto difficile incapricciarsi di uno di loro e rammaricarsi del poco spazio di cui gode nel romanzo (a me, per esempio, dispiace molto per la cattiva sorte di Mary Crawford e l’avrei voluta felice): niente paura, anche in questo caso è disponibile una pila di derivazioni. Uno degli esempi più noti è L’indipendenza della signorina Bennet di Colleen McCullough, che segue le peripezie della bistrattata Mary Bennet allorché, alla morte della sua augusta genitrice, si ritrova finalmente libera di seguire la propria strada.

Cambio di scenario. Questo è un pallino dei sostenitori dell’attualità dei personaggi e delle situazioni sociali sbeffeggiati da Jane Austen, nonché il filone secondo me meglio riuscito. Il procedimento è semplice: si prende la storia, si spostano le lancette di un paio di secoli o le location di qualche longitudine, si apportano i necessari cambiamenti nel linguaggio e nello stile di vita et voilà, la riscrittura è pronta. Il cinema gioca volentieri a questo gioco (due titoli al volo: Clueless, film del 1995 ispirato a Emma e ambientato in una high school di Beverly Hills, e Matrimoni e pregiudizi, che vede Mr. Darcy alle prese con una Lizzy… indiana), ma la riscrittura più nota rimane Il diario di Bridget Jones.

Paranormal activity. Esaurite le possibilità del verosimile, si comincia a gigioneggiare. Vampiri, zombie, mostri marini e creature orripilanti di ogni sorta invadono i piccoli villaggi di campagna in cui le eroine di Jane Austen credono — oh, illuse! — di essere al sicuro.

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Ragione, sentimento e una piovra in uniforme

Questa breve panoramica non ha alcuna pretesa di esaustività. Tuttavia credo sia bene avere un quadro, quantunque impreciso, del profluvio di volumi scaturiti da Jane Austen perché mi preme mettere in chiaro che di tutto questo, nel mio blog, non si parlerà mai e poi mai, e non se ne parlerà per così tante ragioni che mi mancano le parole per elencarle tutte.

Innanzitutto, la lettura di una manciata di questi romanzi (ho frequentato sia la Bebris che la Grange, per non parlare di quella volta che mi è capitato sotto le mani l’atroce Orgasmo e pregiudizio — sì, c’è anche un filone pornografico che ho preferito tralasciare) permette subito di capire di che cosa si tratta: sfruttamento scriteriato di una vena aurifera. Quasi nessuno leggerebbe un romanzo in cui un’armata di zombie flagella un villaggio inglese del primo Ottocento, ma è sufficiente che questo villaggio si chiami Longbourn e che la cacciatrice di zombie sia una certa Elizabeth Bennet perché il romanzo venga venduto, letto e forse anche portato sul grande schermo. La strumentalizzazione del nome di Jane Austen a scopo di lucro è quanto di più lontano esista da un atto d’amore e di rispetto nei suoi confronti; al contrario, è una truffa volgare e noi dovremmo infuriarci come Zeus s’infuriò con Prometeo ogni volta che il grasso del mondo austeniano viene usato per lucidare le ossa di intrecci narrativi poveri, banali, scarsi, senza ciccia.

In secondo luogo, le pagine di Jane Austen sono tanto luminose, e le sue imitatrici così inadeguate, che ogni tentativo di replicare la magia diviene quasi grottesco. Nell’articolo definitivo sugli spin-off, che consiglio di leggere per intero, l’affanno di queste povere inseguitrici è più che mai chiaro:

Mr Bennet, too – all attempts to reproduce his sardonic voice and lancet-like humour just do not work for me. Here’s a less than sparkling sally from my nameless sequel, when Jane gives birth to a female junior Bingley: ‘… my dear Mrs Bennet … you will prove a sore perplexity to the neighbours: there are few who will believe it possible for one so handsome as yourself to be the recipient of another generation of offspring. How they shall wonder at it! Mrs Bennet a grandmother, they will exclaim, why, that cannot be!’ Now, how on earth can this wittering be thought worthy of the character who once exclaimed ‘O that he had sprained his ankle in the first dance!’ and who generally complimented his wife in these terms: ‘You mistake me, my dear. I have a high respect for your nerves. They are my old friends. I have heard you mention them with consideration these twenty years at least.’ Far more Miss Bates than Mr Bennet. I rest my case.

(Improving on Jane Austen. A Janeite asks: Why? Just… Why?)

Infine, questo blog incoraggia la lettura attiva e critica (non solo di Jane Austen) e considera gli atti immaginativi e interpretativi scaturiti da una pagina ricca di sottintesi e doppi sensi uno dei più grandi piaceri che la parola scritta sia in grado di donare. Perché mai dovrebbe essere Amanda Grange a spiegarmi cosa prova Mr. Knightley a Box Hill? Non è forse abbastanza chiaro? E come posso conciliarmi con l’inclinazione dei coniugi Darcy a fingersi Sherlock Holmes, quando in Orgoglio e pregiudizio si mostrano entrambi così ansiosi di ritirarsi in ‘all the comfort and elegance of their family party at Pemberley’ (cap. 60)?

Escludere deliberatamente il mondo delle riscritture potrebbe, a prima vista, lasciarmi tragicamente a corto di argomenti. La sfida invece è proprio questa: su Jane Austen, la sua Inghilterra e i suoi romanzi è stato scritto così tanto, e con tale competenza, che io so che si può parlare di lei all’infinito — e senza che si presenti mai la necessità di prestare attenzione a Catherine Morland e il mostro di Loch Ness (questo giuro che me lo sono inventato).